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Si può ereditare l’usucapione? PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
martedì 14 novembre 2017

Se non sono ancora decorsi i 20 anni, il possesso del defunto si somma a quello degli eredi. 

Tuo padre, per lungo tempo, ha posseduto un terreno con annesso un piccolo casolare di cui non era proprietario, ma con il tacito consenso di quest’ultimo lo ha utilizzato in modo sempre più autonomo e indipendente, come se fosse lui stesso l’effettivo titolare del bene. In particolare, ha fatto modifiche al terreno spianandolo, arandolo e raccogliendone i frutti; ha ristrutturato l’immobile e ha cambiato anche le chiavi del cancello. Questa situazione è andata avanti fino a quando tuo padre non è morto. Prima del decesso, ti ha sempre detto che ormai l’immobile era di fatto vostro, ma non si è mai preoccupato di regolarizzare questa situazione. Nessuna sentenza del tribunale è mai intervenuta per formalizzare il passaggio di proprietà ed ora non vorresti perdere i diritti già acquisiti da tuo padre. Così ti chiedi se si può ereditare l’usucapione. Vediamo cosa prevede la legge a riguardo.

Indice

·         1 Cos’è l’usucapione?

·         2 Si può ereditare l’usucapione?

·         3 Se c’è già stato il passaggio di proprietà con l’usucapione

·         4 Se sono già decorsi i 20 anni ma non c’è stata la sentenza di usucapione

·         5 Se non sono decorsi i 20 anni per l’usucapione

Cos’è l’usucapione?

Si tratta di un sistema che consente, a chi utilizza un immobile altrui come se fosse proprio per almeno 20 anni, e nell’assoluta indifferenza del titolare, di farsi dichiarare proprietario del bene stesso tramite una sentenza del giudice. La sentenza ordina così al conservatore dei registri immobiliari di modificare l’intestazione della casa, del terreno, ecc.

Si può ereditare l’usucapione?

L’usucapione si può ereditare: o meglio si può ereditare sia il bene, una volta entrato nel patrimonio del soggetto defunto, sia il “tempo” durante il quale questi ha posseduto l’immobile, sommandolo al proprio per arrivare ai 20 anni. Quanto detto può sembrare forse ostico, per cui cerchiamo di spiegarci in termini più facili.

Se c’è già stato il passaggio di proprietà con l’usucapione

Se in vita una persona ottiene, tramite usucapione, un immobile, e quindi ha già trascritto la sentenza del giudice nei pubblici registri, il bene fa ormai irrevocabilmente parte del suo patrimonio. Per cui, alla sua morte, la casa o il terreno si trasferisce agli eredi senza bisogno di alcun intervento del tribunale. Il tutto avviene come per gli altri beni di proprietà del defunto.

Se sono già decorsi i 20 anni ma non c’è stata la sentenza di usucapione

Una seconda ipotesi si può verificare quando il possessore del bene altrui muore quando ormai, per essere passati più di 20 anni, ha maturato i requisiti dell’usucapione ma non ha mai agito in tribunale per il riconoscimento del suo diritto. In tal caso gli eredi non acquisiscono direttamente l’immobile in proprietà ma possono agire in tribunale, al posto del parente defunto, affinché il giudice dichiari l’avvenuto decorso dell’usucapione. In questo modo il giudice accerta la sussistenza dei presupposti e dichiara gli eredi nuovi proprietari del bene.

Se non sono decorsi i 20 anni per l’usucapione

Se una persona, in vita, ha posseduto un immobile altrui, alla sua morte i figli possono diventare proprietari del bene per usucapione sommando al proprio possesso quello del genitore. Immaginiamo che il padre sia morto dopo 15 anni da quando ha iniziato a esercitare il suo “dominio” sul bene altrui. Se gli eredi continuano a possedere detto bene come se fosse proprio, nell’indifferenza dell’effettivo titolare, possono sommare i loro 5 anni a quelli del defunto e così, superati i 20 anni, possono chiedere al tribunale la dichiarazione di usucapione.

Questa facoltà è riconosciuta da un articolo del codice civile [1] chiamato «successione nel possesso», il cui primo comma stabilisce quanto segue: «il possesso continua nell’erede con effetto dall’apertura della successione». Questo, in sostanza significa che, ai fini dell’usucapione, il possesso dei genitori si somma a quello dei figli.

Dunque, se il possessore dell’immobile muore prima dell’usucapione, tutto il tempo già decorso non è invano, ma viene sommato al possesso degli eredi. Questi ultimi potranno quindi reclamare l’usucapione dei beni in proprio favore, giovandosi del possesso del parente defunto.


[1] Art. 1146 cod. civ.

 

 
Vendere casa per non farla pignorare: che rischio? PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
martedì 14 novembre 2017

chi vende casa e trattiene i soldi per se può subire la revocatoria o, se il creditore è il fisco, un procedimento penale. A meno che il ricavato non serva per estinguere il debito.

Questa volta i tuoi debiti con il fisco sono arrivati a una soglia tale da non consentirti più di farvi fronte. Anche una rateazione finirebbe per assorbire tutto il tuo stipendio. Le cartelle di pagamento hanno raggiunto la fatidica soglia dei 120mila euro, tetto oltre il quale legge consente il pignoramento immobiliare all’Agenzia Entrate Riscossione. Poiché hai più di una abitazione e quindi non rientri nell’esenzione dal «pignoramento della prima casa», non ti resta che trovare una soluzione drastica. Così hai pensato di vendere. Poiché ancora l’esattore non ha iscritto ipoteca, né tantomeno ha avviato il pignoramento, non ti sarà difficile trovare un acquirente e così scampare al rischio più grosso che è quello di dover sopportare un’esecuzione forzata. Ti poni però un primo interrogativo: che rischio nel vendere casa per non farla pignorare? In verità, la tua intenzione è tutt’altro che fraudolenta: poiché vuoi vivere sonni tranquilli, il tuo scopo è di estinguere il debito, pagando l’Agenzia delle Entrate con il prezzo incassato dalla vendita. Si può fare un’operazione del genere e quali sono le precauzioni da compiere? Vendere casa e col ricavato pagare i creditori si può? Cercheremo di dare una risposta a queste domande nel corso del presente articolo.

Quando si rischia il pignoramento della casa

Se il creditore è l’Agenzia delle Entrate non si rischia alcun pignoramento se:

·         il debito è inferiore a 120mila euro;

·         oppure se il debitore possiede un solo immobile e questo è: a) adibito a civile abitazione; b) accatastato nelle categorie diverse da A/8 e A/9; c) vi ha fissato la propria residenza. In presenza di questi quattro presupposti si rientra nel «divieto di pignoramento della prima casa».

Quindi il debitore che, ad esempio, abbia due immobili – sebbene uno anche in sola comproprietà per una quota minima – può subire il pignoramento di tutti e due i beni sempre che:

·         il debito complessivo sia superiore a 120mila euro;

·         la somma del valore dei suoi immobili superi 120mila euro.

·         Qualora invece il debitore dovesse vendere uno dei due immobili e l’altro dovesse corrispondere ai presupposti della prima casa (elencanti sopra), il pignoramento non potrebbe avere più luogo.

Vendere la casa per non farla pignorare: che si rischia?

Vediamo ora che rischia chi vende casa per non farla pignorare? Per come immaginabile, la legge ha già regolato un’ipotesi del genere, tutt’altro che isolata. Proprio per evitare che, una volta contratta un’obbligazione, il debitore – accorgendosi di non poter pagare – venda i propri beni e occulti il ricavato al creditore, ha previsto la possibilità della cosiddetta «azione revocatoria». In buona sostanza il creditore può, entro cinque anni dall’atto di vendita del bene fatto dal debitore, recuperare l’immobile venduto anche se passato di proprietà a un altro soggetto. In questo modo può sottoporre il bene a pignoramento come se non fosse mai stato ceduto. In verità, questo tipo di azione è piuttosto difficile poiché il creditore deve dimostrare:

·         la volontà del debitore di frodare il creditore. Questo presupposto è facile da provare quando il debitore non ha altri beni pignorabili: è chiaro infatti che la sua intenzione era di salvaguardare il proprio patrimonio;

·         la consapevolezza dell’intento fraudolento del debitore da parte dell’acquirente. Qui le cose per l’Agenzia delle Entrate si mettono male: se infatti l’acquirente era totalmente all’oscuro del fatto che il venditore avesse debiti, l’azione revocatoria non potrebbe mai essere esercitata.

Stando così le cose, il contribuente che vende casa per non farla pignorare all’Agenzia Entrate Riscossione non rischia nulla. E invece non è sempre così. Vediamo perché.

Vendere casa per non farla pignorare è reato

Proprio per evitare che i contribuenti la facciano franca, la legge [1] considera reato il comportamento di chi dona o vende un bene per non pagare le imposte sui redditi o l’Iva. I presupposti per l’illecito penale sono i seguenti:

·         il debito con il fisco deve riguardare l’Iva o le imposte sui redditi come l’Irpef;

·         il debito con il fisco deve essere superiore a 50 mila euro;

·         l’effetto della cessione del bene (la donazione della casa) deve essere quello di rendere inutile la procedura di pignoramento per mancanza di altri beni (ad esempio quando il contribuente rimane nullatenente) oppure per difetto dei presupposti normativi (ad esempio quando il contribuente, alienando gli altri beni, conserva solo la «prima casa» che, come noto, a determinate condizioni non è pignorabile).

Quindi se il debito è inferiore a 50 mila euro non si rischia il reato, ma neanche il pignoramento della casa (che, come detto, scatta da 120 mila euro in su), mentre si può tutt’al più subire l’ipoteca (che invece scatta da 20mila euro in su).

Vendere casa e col ricavato pagare i creditori si può?

La legge punisce gli intenti fraudolenti del debitore che venda la casa e poi occulti il ricavato per non farlo pignorare al creditore. Nulla però vieta al contribuente di vendere la casa e, col prezzo incassato, estinguere il proprio debito, sia esso con l’erario o con qualsiasi altro creditore. Per evitare revocatoria e/o procedimento penale, è bene che si attivi immediatamente e che, quindi, subito dopo il rogito, si affretti a pagare quanto ancora pendente.

Se invece il fisco dovesse aver già iscritto ipoteca, l’operazione sarebbe più complicata visto che l’acquirente potrebbe desistere dall’affare per timore che il peso non venga cancellato dall’immobile. In tal caso sarà necessario coinvolgere nell’operazione il notaio il quale trattenga la somma derivante dalla vendita e la versi direttamente al fisco o a qualsiasi altro creditore, a garanzia per l’acquirente dell’esatto adempimento degli obblighi.

[1] Art. 11, comma 1, d.lgs. n. 74/2000: «Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte».

 

Ultimo aggiornamento ( martedì 14 novembre 2017 )
 
Compromesso senza fideiussione del costruttore PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
domenica 22 ottobre 2017

Nullo il contratto preliminare se, al momento della firma, il costruttore non esibisce all’acquirente la polizza fideiussoria a copertura del prezzo pagato e da pagare.

Chi acquista casa sulla carta ha poche garanzie perché compra a scatola chiusa: non sa come verrà ultimato l’immobile, non ha ancora un’idea dei problemi che potrebbero frapporsi in corso d’opera, degli eventuali ritardi, dei tutt’altro che rari fallimenti delle ditte esecutrici dei lavori sull’edificio (si pensi, una per tutte, a quella che impianta i tubi del gas). Così, per tutelare il privato, la legge [1] ha previsto l’obbligo per il costruttore di consegnare, già all’atto della firma del compromesso, una polizza fideiussoria a garanzia di tutti gli acconti che il primo si impegna a versare nel corso della costruzione, nonché ogni altro corrispettivo che sia corrisposto prima del trasferimento della proprietà. In questo modo l’acquirente è ulteriormente garantito dai possibili vizi dell’edificio, sebbene in astratto tutelato dalla garanzia decennale della ditta che ha realizzato il fabbricato. Secondo una interessante sentenza del Tribunale di Parma [2] è nullo il compromesso senza fideiussione del costruttore. In altre parole, se anche il privato si accorge, in un successivo momento, che nessuna polizza è presente a garanzia dell’acquisto eseguito, può chiedere la restituzione di tutti gli acconti già pagati e rifiutarsi di stipulare il rogito o, se già sottoscritto, chiederne la nullità e “sciogliere” così il contratto. Vediamo meglio qual è il principio sancito dal giudice.

Immaginiamo che una persona, interessata all’acquisto di una casa ancora in costruzione, firmi il compromesso. L’appuntamento dal notaio è di lì a sei mesi. Nel frattempo, però, si reca sul cantiere e nota una serie di errori commessi dagli operai. Lo fa notare più volte al costruttore ma questi difende l’operato dei propri collaboratori. Spaventato delle possibili ripercussioni che tali approssimazioni potranno avere sulla funzionalità dell’edificio, il compratore cerca un appiglio legale per svincolarsi dagli accordi. E lo trova. Il costruttore non gli ha mai consegnato la fideiussione prevista dalla legge a corredo del contratto preliminare. Interrogato, quest’ultimo dice di essere in trattative con l’assicurazione e che avrà le carte in regola solo dopo la firma del rogito. L’acquirente, ovviamente, non gli crede perché, una volta sottoscritto il contratto definitivo, non potrà più tornare indietro o, quantomeno, sarà più difficile ottenere i soldi indietro. Come difendersi in questi casi?

La normativa stabilisce che, all’atto della stipula di un contratto che abbia come finalità il trasferimento (anche non immediato) della proprietà su un immobile da costruire, o anche in un momento precedente, il costruttore è obbligato, a pena di nullità del contratto (nullità che può essere fatta valere solo dall’acquirente), a procurarsi il rilascio ed a consegnare all’acquirente una fideiussione di importo corrispondente alle somme e al valore di ogni corrispettivo ricevuto da quest’ultimo e che deve ancora riscuotere prima del trasferimento della proprietà.

La consegna della fideiussione deve avvenire al momento della stipula del compromesso (cosiddetto «contratto preliminare»); diversamente il contratto è nullo.

Tale nullità non può essere sanata da un successivo comportamento della ditta costruttrice che, dopo la firma della scrittura privata, si procuri effettivamente la fidejussione. La polizza deve quindi essere già presente alla sottoscrizione del compromesso. Inoltre la fideiussione non può essere concessa per un importo minore di quello pagato dall’acquirente o che questi avrebbe dovuto pagare. Difatti, la nullità del compromesso non scatta non solo nel caso di mancanza assoluta della fideiussione, ma anche quando la garanzia vada a coprire solo in parte gli acconti che l’acquirente è contrattualmente obbligato a versare prima del rogito definitivo dal notaio.

note

[1] Art. 2 dlgs. n. 122/2005: «1. All’atto della stipula di un contratto che abbia come finalità il trasferimento non immediato della proprietà o di altro diritto reale di godimento su un immobile da costruire o di un atto avente le medesime finalità, ovvero in un momento precedente, il costruttore e’ obbligato, a pena di nullità del contratto che può essere fatta valere unicamente dall’acquirente, a procurare il rilascio ed a consegnare all’acquirente una fideiussione, anche secondo quanto previsto dall’articolo 1938 del codice civile, di importo corrispondente alle somme e al valore di ogni altro eventuale corrispettivo che il costruttore ha riscosso e, secondo i termini e le modalità stabilite nel contratto, deve ancora riscuotere dall’acquirente prima del trasferimento della proprietà o di altro diritto reale di godimento. Restano comunque esclusi le somme per le quali e’ pattuito che debbano essere erogate da un soggetto mutuante, nonche’ i contributi pubblici già assistiti da autonoma garanzia».

[2] Trib. Parma, sent. n. 1116 del 18.07.2017.

 
Procedura per pignoramento quote srl PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
domenica 22 ottobre 2017

Una guida per illustrare le regole da seguire nel caso si intendano pignorare le partecipazioni che il debitore possiede in una srl.

Le quote che il debitore possieda in una o più società a responsabilità limitata (cioè, in sostanza, la partecipazione di cui il debitore sia titolare) possono essere pignorate dal creditore con una procedura che prevede prima la notificazione dell’atto di pignoramento al debitore ed alla società e poi l’iscrizione dell’atto stesso nel registro delle imprese.

Come si esegue il pignoramento delle quote di una srl

Se ci si domanda quale sia la procedura per il pignoramento di quote di una srl, si deve innanzitutto specificare che le regole di questo particolare pignoramento sono contenute in una norma specifica del Codice civile [1] che individua una procedura per certi versi unica ed avente caratteristiche specifiche che la distinguono da ogni altro pignoramento.

Il creditore particolare del socio, infatti, potrà pignorare direttamente la partecipazione posseduta dal debitore notificando a lui ed alla società l’atto di pignoramento (a mezzo di ufficiale giudiziario) senza dover invece seguire le forme del cosiddetto pignoramento presso terzi che prevedono, al contrario, il necessario apporto di un soggetto terzo per individuare quale sia precisamente l’oggetto del pignoramento: in tal senso si è orientata la prevalente giurisprudenza [2].

L’atto di pignoramento, dunque, dovrà indicare le parti, i riferimenti al precedente titolo esecutivo (ad esempio un decreto ingiuntivo) e precetto, l’ingiunzione di astenersi dal disporre della partecipazione (cioè ad esempio venderla), l’indicazione specifica della partecipazione, l’ammontare nominale della quota da espropriare, la denominazione e la sede della società la cui partecipazione si sta pignorando.

Successivamente alla notificazione, l’atto di pignoramento dovrà essere iscritto telematicamente nel registro delle imprese per poter essere opposto ai terzi (cioè per poter prevalere su eventuali successivi diritti di terzi sulla medesima partecipazione): l’onere di procedere all’iscrizione nel registro delle imprese dell’atto di pignoramento incombe sia sul creditore che sull’ufficiale giudiziario che ha eseguito la notificazione dell’atto al debitore ed alla società (ma è chiaro che sarà il creditore a dovervi provvedere).

Infine, si ritiene che la competenza territoriale per la fase esecutiva spetti al tribunale (e, quindi, all’ufficiale giudiziario) del luogo dove si trova la sede della società [3].

Il pignoramento delle quote di una srl è disciplinato dal Codice civile.

La vendita delle quote di una srl

Successivamente al pignoramento (ed alla sua iscrizione nel registro delle imprese) seguirà la fase in cui le quote dovranno essere vendute.

Il creditore dovrà innanzitutto presentare istanza di vendita entro 45 giorni dalla data di notifica del pignoramento (corredandola del certificato di iscrizione del pignoramento nel registro delle imprese e dell’atto costitutivo della società e di visura camerale per rendere semplice al giudice l’accertamento del valore nominale della partecipazione e l’individuazione di eventuali vincoli alla trasferibilità di essa).

Se la quota pignorata risulta liberamente trasferibile, allora essa sarà venduta secondo le modalità previste per la vendita dei beni mobili [4]: ciò vuol dire che se la partecipazione ha valore nominale superiore ai ventimila euro sarà fissata un’udienza, altrimenti il giudice provvederà direttamente (senza udienza) a fissare le modalità di vendita (preferibilmente all’incanto) che, se avesse esito positivo, sarebbe seguita dal provvedimento di aggiudicazione (che sarebbe opportuno iscrivere nel registro delle imprese).

Se la quota non fosse invece liberamente trasferibile, allora sarà sempre necessario fissare da parte del giudice l’udienza per verificare se si possa raggiungere un accordo tra le parti (debitore, creditore, e società) sulle modalità di vendita: in mancanza di accordo, la vendita avrà luogo all’incanto.

Se, invece, l’accordo tra debitore, creditore e società fosse raggiunto, esso potrà riguardare le modalità della cessione, il prezzo ed il nominativo dell’acquirente e sarà poi sottoposto al giudice in udienza perché venga disposta l’aggiudicazione.

La vendita delle quote di una srl avviene all’incanto.

note

[1] Art. 2471 cod. civ.

[2] Cass., sent. n. 13903/2014.

[3] Così Gasperini, L’espropriazione delle partecipazioni di società, in Le espropriazioni presso terzi, a cura di F. Auletta, Bologna, 2011, 494.

[4] Art. 529 e ss. cod. proc. civ.

 

 
Prestito per cattivo pagatore: come ottenerlo PDF Stampa E-mail
Mediazione Creditizia
domenica 22 ottobre 2017

Siamo stati inseriti nella lista dei cattivi pagatori ma ci serve comunque un prestito. Niente paura, possiamo richiederlo. Ecco come.

Per colpa di alcuni ritardi accumulati durante la restituzione di un prestito, o peggio ancora, di un prestito non restituito entro i tempi stabiliti, siete finiti dritti nella lista nera dei cattivi pagatori. Ora avete bisogno di un nuovo prestito per far fronte a una spesa imprevista o a un nuovo progetto, ma tutti vi dicono che non c’è nulla da fare. Non credeteci. Ovviamente serviranno garanzie e clausole più stringenti e rigide di quelle normalmente richieste e dovrete sudare un po’ di più, ma ottenere un prestito quando si è cattivo pagatore è possibile. Vediamo come.

Chi è un cattivo pagatore

Richiedere un prestito ci mette di fronte a doveri nei confronti del nostro creditore, colui che ci ha concesso quei soldi che ci servivano per poter rimettere a posto il solaio a rischio crollo, per affrontare una spesa sanitaria, acquistare un elettrodomestico o qualsiasi altra finalità. Un prestito prevede un ammontare richiesto da restituire, un tasso di interesse e delle rate da corrispondere dettate da tempi precisi, che non sempre chi attraversa un brutto momento dal punto di vista finanziario riesce a rispettare. Basta davvero poco, anche solo restare indietro con una o due rate e ci si ritrova in una condizione di insolvenza.

Ecco che allora si viene segnalati come cattivi pagatori e iscritti con questo brutto titolo nei sistemi di informazione creditizia (Crif) o nella Centrale rischi della Banca d’Italia, dei veri e propri database che agiscono come centri di controllo, dove vengono inseriti tutti i dati relativi alle richieste di finanziamenti dei singoli. Ed è proprio all’interno di questa banca dati che l’ente va a sbirciare quando deve decidere se concedere o meno un prestito. Una sorta di ‘fedina penale creditizia’ che ci impedisce di essere visti di buon occhio da qualsiasi altro potenziale creditore futuro a cui potremmo chiedere un prestito.

Per quanto tempo la nostra ‘fedina penale’ del credito resta sporca, se siamo etichettati come cattivi pagatori? Dipende dalla gravità del ritardo:

·         12 mesi dalla comunicazione di regolarizzazione, quando il ritardo nel pagamento è di 1 o 2 rate. E solo se tutti gli altri pagamenti in questo lasso di tempo sono stati regolari

·         24 mesi dalla comunicazione di regolarizzazione, per i ritardi relativi a 3 o più rate. Sempre a patto che gli altri pagamenti siano stati regolari

·         36 mesi dall’estinzione del debito, nel caso di grave morosità o di prestiti non rimborsati

Trascorso questo tempo si viene cancellati automaticamente dal database.

Cattivo pagatore: ecco quali prestiti ottenere

Al cattivo pagatore viene assegnato un alto rischio insolvenza, ma richiedere un prestito non è impossibile. Ecco a quali tipologie di prestito possiamo accedere.

Prestito con cessione del quinto

Per ambire a questo prestito è necessario essere un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato o un pensionato, e il motivo è semplice: il rimborso delle rate viene prelevato direttamente dallo stipendio del lavoratore o dalla pensione del cittadino pensionato, nella misura di un quinto dello stipendio o un quinto della pensione.

A versare direttamente le rate del prestito quindi non siete voi, ma il vostro datore di lavoro o il vostro Istituto di previdenza (Inps o altro). L’importo viene quindi trattenuto alla fonte: dal netto in busta paga o della pensione. L’ammontare della rata non può comunque eccedere la quinta parte di questi. Esempio: Il mio stipendio è di 1200 euro netti, allora qualunque sia l’ammontare del prestito, la trattenuta mensile non potrà superare i 240 euro.

Anche in questo caso la banca o la società finanziaria chiedono comunque delle garanzie: innanzitutto il debito deve essere estinto entro la scadenza del contratto di lavoro. Solitamente poi il Tfr maturato dal dipendente viene preso in considerazione come garanzia per l’eventuale perdita di lavoro o altro imprevisto. Spesso viene inoltre richiesta la sottoscrizione obbligatoria di un’assicurazione rischio vita/lavoro, che copra l’importo dovuto oltre al Tfr (questo capita ad esempio in caso di neoassunti, che per definizione non potranno mai aver accumulato un sostanzioso Tfr).

Sull’ammontare della cifra da chiedere invece dipende da diversi fattori. Avete uno stipendio alto? molti anni di anzianità lavorativa? Allora avrete un maggiore Tfr cumulato e il vostro Istituto di credito sarà molto più disposto a concedervi somme elevate.

Prestito con delega o doppio quinto

Avete già sul groppone un prestito con cessione del quinto? Allora potete passare al livello successivo e chiedere al vostro istituto di credito un ulteriore prestito, che si aggiunge a quello già in essere, la cui rata da corrispondere potrà incidere al massimo per un altro quinto su stipendio o pensione. In totale quindi vi verrà decurtato dalla busta paga o dall’assegno pensionistico il doppio quinto dello stipendio, pari al 40 per cento. Esempio: con il mio solito stipendio di 1200 euro netti, mi vedrò trattenere mensilmente al massimo 480 euro.

Occorre assicurarsi comunque che in questo caso il proprio datore di lavoro sia d’accordo, perché il prestito con delega può essere attivato attraverso una convenzione tra Istituto di credito e datore di lavoro, che può anche rifiutare di farlo.

Prestiti cambializzati

Non è proprio il massimo della vita e non mette certo molta tranquillità, ma esiste e si può richiedere. È un tipo di finanziamento non finalizzato, cioè nessuno ci chiede come vogliamo utilizzare i soldi prestati. Sono solo affari nostri, quello ci chiede però l’istituto di credito è la firma mensile di cambiali a copertura delle rate da corrispondere, una ulteriore tutela. Perché? Semplice, perché la cambiale è quel titolo che permette alla banca o alla finanziaria di pignorare un nostro bene qualora non riuscissimo a corrispondere quanto dovuto. Ecco perché è abbastanza facile ottenere questo tipo di prestito. E in caso di insolvenza non si viene segnalati nei sistemi di informazione creditizia, si viene direttamente pignorati.

Le cambiali hanno scadenza mensile e durano massimo dieci anni, con un importo che non cambia e un tasso fisso. Come garanzie in questo caso vengono chiesti: il Tfr accumulato; se si è lavoratori autonomi, un’assicurazione sulla vita stipulata da almeno 2 anni; se si è neo-assunti, una seconda firma di garanzia.

Prestiti con Fidejussione

Se abbiamo una persona che si fida di noi e acconsente a tutelarci nel caso non riuscissimo a far fronte al pagamento del debito, allora siamo a cavallo e possiamo richiedere questo tipo di prestito. La fidejussione è infatti una garanzia per la banca o la finanziaria, perché un soggetto terzo (chiamato garante o fideiussore) farà fronte a tutte le nostre obbligazioni se non dovessimo riuscire a pagare le rate pattuite, acconsentendo a mettere la firma per salvarci la pelle in caso di difficoltà.

 

 
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