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Come sono organizzate le Centrali Rischi? PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
venerdì 29 luglio 2016

La gestione delle cd. centrali rischi private, che offrono un servizio d’informazione indirizzato principalmente verso gruppi bancari o creditizi, è stato oggetto di attenzione da parte del Garante sin dalla prima applicazione della legge n. 675 del 1996.

La pronuncia dell’Authority del 12 ottobre 1998 (In bollettino n. 6, pag. 115 — v. anche www.garanteprivacy.it: doc. n. 42256) abbia precisato che è consentito agli interessati di esercitare i diritti contemplati dall’art. 13 della legge n. 675 del 1996. Sul tema il Garante è poi tornato per ribadire che i dati personali dell’interessato detenuti da una cd. centrale rischi privata attestanti omissioni o ritardi nei pagamenti, ove si rilevino errati o inesatti, possono essere oggetto dell’istanza formulata al titolare ai sensi dell’art. 13 della legge n. 675 del 1996 e del successivo ricorso di cui all’art. 29 della legge al fine della loro cancellazione, aggiornamento o rettifica (Garante 28 novembre 2001, in bollettino n. 23, pag. 60 — v. anche www.garanteprivacy.it: doc. n. 39793) e che nell’ipotesi di estinzione di un contratto di finanziamento, con conseguente totale soddisfacimento dei diritti del creditore, la conservazione, da parte di una centrale rischi privata, dei dati personali del debitore ed eventualmente del fidejussore, ove protrattasi per un quinquennio dalla data di estinzione del rapporto, deve essere ritenuta — anche sse assistita da originario consenso dell’interessato — sproporzionata ed eccedente rispetto alla finalità perseguita all’atto del trattamento. Di conseguenza, deve trovare accoglimento l’istanza di cancellazione dei dati avanzata dall’interessato (Garante 27 dicembre 2001, in bollettino n. 23, pag. 77 — v. anche www.garanteprivacy.it: doc. n. 39696).

L’attenzione sul tema delle centrali rischi private e la delicatezza del medesimo ha portato l’Authority ad emanare, con provvedimento iscritto in data 16 novembre 2004 al n. 8 del registro delle deliberazioni, uno specifico Codice di deontologia e di buona condotta per i sistemi informativi gestiti da soggetti privati in tema di crediti al consumo, affidabilità e puntualità dei pagamenti (Allegato A.5 del Codice), pubblicato in G.U. n 300 del 23 dicembre 2004 e modificato dall’errata corrige pubblicata sulla G.U. n. 56 del 9 marzo 2005.

Nel Codice deontologico il Garante ha precisato che il trattamento dei dati personali nei sistemi di informazione creditizia richiede, secondo le previsioni del Codice, il consenso libero e informato degli interessati (art. 23) o la sussistenza degli altri presupposti di liceità alternativi rispetto ad esso (art. 24).

L’Autorità ha ritenuto, però, opportuno dare attuazione all’istituto del bilanciamento di interessi (previsto dall’art. 24, comma 1, lett. g) del Codice) individuando i casi in cui il predetto trattamento potrà avvenire anche a prescindere dal consenso dell’interessato ed al solo fine di perseguire interessi legittimi del titolare. Con riferimento al trattamento dei dati personali relativi all’affidabilità e puntualità dei pagamenti nel settore della telefonia (con particolare riguardo agli operatori del settore telefonico e ai rappresentanti dei consumatori), il Garante ha avviato un supplemento di consultazione pubblica rivolta ai soggetti interessati.

In passato si sono verificati casi di persone che si sono rivolte al Garante contestando la circostanza di essere menzionate nelle “centrali rischi” private a causa di ritardi o mancati pagamenti non di mutui, prestiti o finanziamenti, ma di bollette telefoniche. Il Garante ha accolto i ricorsi proposti ritenendo che si trattasse di dati diversi e trattati per finalità ben differenti da quelle relative al rischio creditizio alla base dei nuovi sistemi di informazione creditizia (Sic) nati dal Codice deontologico del 2004 in materia di credito al consumo.

In occasione del varo di questo Codice è stata rilevata l’esigenza di un approfondimento relativo appunto al settore della telefonia e la consultazione mira a completare il materiale disponibile, soprattutto con riferimento alle società telefoniche.

Proprio per verificare la possibilità di una disciplina integrativa dell’uso di questi dati, e le modalità proporzionate della loro utilizzazione, nonché in considerazione dei milioni di cittadini coinvolti, il Garante ha ritenuto opportuno utilizzare la consultazione pubblica già sperimentata positivamente. Gli attuali sistemi di informazioni creditizie detengono delicate informazioni relative ai cittadini che chiedono un prestito personale, un mutuo, un finanziamento per l’acquisto di beni di consumo (un’autovettura, un elettrodomestico ecc.).

Sono grandi banche dati, costituite per verificare l’affidabilità e la puntualità nei pagamenti, il rischio di sovraindebitamento e le eventuali morosità dei cittadini, alle quali accedono i vari operatori finanziari prima di concedere un prestito, un mutuo o un finanziamento. Il Garante ha invitato, dunque, associazioni di utenti e consumatori, operatori dei settori interessati e singoli cittadini a far pervenire elementi di valutazione e osservazioni.

Per semplificare e favorire la celerità dei lavori l’Ufficio del Garante ha messo a disposizione delle categorie interessate uno schema in cui sono indicati i vari argomenti (categorie di dati trattati, tempi di conservazione, soggetti che vi hanno

accesso, misure di sicurezza) sui quali si chiede un contributo. L’iniziativa trae origine dalle previsioni contenute negli artt. 12 e 117 del Codice Privacy (d.lgs. n. 196/2003) e nella deliberazione del Garante n. 2 del 10 aprile 2002, che ha ampliato i compiti dell’Autorità in materia di codici deontologici, nonché dalle considerazioni emerse all’esito dell’approvazione definitiva del Codice deontologico sulle cd. centrali rischi private, avvenuta il 26 ottobre 2004 (G.U. 23 dicembre 2004, n. 300).

In occasione dei lavori per la sottoscrizione del citato Codice sulle centrali rischi private, infatti, il Garante, benché abbia escluso di includere tra i soggetti partecipanti alle medesime centrali rischi i gestori telefonici, ha, comunque, riconosciuto le esigenze di questi ultimi ad individuare un modello specifico di accesso alle informazioni per la verifica dell’affidabilità e puntualità dei pagamenti nel settore della telefonia.

IN PRATICA

Con riferimento alle centrali Rischi private, il Codice della privacy richiede che il trattamento dei dati personali possa essere effettuato solamente previo consenso libero e informato degli interessati o stante la sussistenza di presupposti di liceità alternativi ad esso.

Il legislatore ha comunque previsto deroghe a tale principio, individuando i casi in cui il trattamento dei dati potrà avvenire anche a prescindere dal consenso dell’interessato ma al solo fine di perseguire interessi legittimi del titolare.

 

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Conti corrente di parente defunto: come riavere i soldi PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
venerdì 29 luglio 2016

Conti dormienti: che succede quando si scopre che un familiare deceduto ha dei soldi in banca? Cosa bisogna fare per recuperarli? E conviene, a volte, rinunciare all’eredità?

Un bel giorno uno si sveglia e scopre di essere potenzialmente ricco, perché quel parente deceduto tempo fa, di cui ormai ci si ricorda solo il 2 novembre, ha lasciato i suoi soldi in banca. Soldi che nessuno ha reclamato, perché nessuno era al corrente della loro esistenza ed il conto in cui erano stati depositati è diventato ormai un conto dormiente. E’ possibile recuperare il patrimonio di un familiare defunto anche anni dopo la sua scomparsa? La risposta è “sì”. Conviene sempre? La risposta è “dipende”.

E’ probabile che l’erede venga a sapere di quel conto corrente (o di eventuali titoli di Stato, investimenti assicurativi e quant’altro) per puro caso. Ad esempio quando la banca bussa alla sua porta 10 anni dopo il decesso per avvertirlo che, trattandosi di un rapporto dormiente, i soldi del caro estinto stanno passando all’apposito Fondo del Ministero dell’Economia alimentato dai conti non movimentati per un decennio.

Quali documenti per recuperare i soldi

Se si scopre che i soldi di un parente defunto riposano in un conto dormiente, l’erede deve comunicare alla banca il proprio diritto a subentrare come titolare del conto. Sarà necessario portare un certificato di morte del familiare e una copia registrata presso l’Agenzia delle Entrate della dichiarazione di successione. Ad ogni modo, è opportuno chiedere all’istituto di credito i conteggi di tutte le posizioni intestate al defunto, attive alla data del decesso e rivalutate alla data dell’apertura della successione. Questo documento verrà allegato alla documentazione da presentare per la registrazione della successione presso l’Agenzia delle Entrate.

Concluso l’iter e consegnati i documenti alla banca, l’erede entrerà in possesso di quanto lasciato dal familiare defunto. Il conto dormiente si sarà, finalmente, risvegliato.

Conviene risvegliare il conto dormiente di un parente defunto?

Scoprire che un familiare defunto ha lasciato i soldi in banca non è sempre un affare. Se la cifra è molto alta, allora c’è da festeggiare. Se, invece, è modesta, a volte sono più le grane che i guadagni. E allora bisogna fare bene i conti per sapere se il gioco vale la candela.

Può succedere che a bussare alla porta dell’erede per informarlo dei soldi lasciati dal parente deceduto non sia la banca ma il Fisco. E che, come già accaduto, lo faccia per contestare le tasse non pagate su quel patrimonio.

Infatti, per legge, la banca non è obbligata a contattare una persona per dirle che ha ereditato dei soldi. Così si può restare completamente all’oscuro del denaro lasciato da un familiare. Ma in questo caso, bisogna dimostrare allo Stato di non esserne stato al corrente. In altre parole, di avere agito in buona fede.

Resta di fatto che l’erede, oltre ai soldi, si prende anche i debiti del parente defunto [1]. E che, se il patrimonio lasciato dal caro estinto non bastasse per assolvere quei debiti, l’erede dovrà metterci di tasca sua. Inoltre, in ambito tributario, la legge [2] prevede che gli eredi siano responsabili in solido e non per quota ereditaria. Questo vuol dire che il Fisco ha la facoltà di chiedere a ciascun erede di corrispondere all’intero debito del defunto. Restano escluse le sanzioni comminate al parente deceduto: gli eredi, infatti, rispondono soltanto del capitale e dei relativi interessi.

E’ per questo che conviene prendere la calcolatrice e valutare bene se è il caso di mettere le mani sui soldi lasciati da un familiare deceduto in un conto dormiente o lasciarli riposare…in pace presso le casse dello Stato, dove sarebbero, comunque, finiti se i debiti e le tasse superassero (o quasi) il capitale. E’ possibile, infatti, rinunciare all’eredità per non rispondere dei debiti del defunto. Oppure accettarla con il beneficio di inventario, presentando una dichiarazione fatta da un notaio o dal cancelliere del Tribunale di zona competente. Questa ipotesi comporta una limitazione della responsabilità patrimoniale dell’erede per i debiti entro il valore massimo dell’eredità ricevuta. Significa che se ricevo 10.000 euro e l’ammontare del debito è superiore, pagherò ai creditori 10.000 euro senza toccare il mio patrimonio. Tanto vale, allora, che lo Stato se li prenda direttamente dal conto dormiente senza scomodarmi.

 

[1] Artt. 752 e ss. cod. civ.

[2] Art. 65 D.P.R. n. 600/73.

 

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Fallimento del consumatore: estingui i debiti in pochi passi PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
mercoledì 27 luglio 2016

Anche il consumatore può “fallire” e accedere ad una procedura con cui estinguere tutti i debiti: ecco come funziona.

Esiste un fallimento per il consumatore? La risposta è: nella pratica, sì.

Non tutti sanno che “fallire”, da qualche tempo, non è una prerogativa degli imprenditori. Se per fallimento difatti si intende l’impossibilità di far fronte ai debiti contratti, allora può essere “dichiarato fallito” anche un consumatore. In questi caso il debitore però può chiedere di essere inserito in una procedura di “esdebitamento” ovvero un percorso di ristrutturazione del debito attraverso il quale egli si può liberare dalle pendenze e ricominciare a organizzare la propria vita.

La legge prende le mosse da una disposizione già presente nella Legge Fallimentare [1], ma la grande novità inserita nel 2012 è la possibilità che il processo di liberazione del debito possa avvenire ora anche per il consumatore.

Vediamo come funziona.

Quali sono le condizioni del cosiddetto “fallimento del consumatore”

Il fallimento del consumatore si verifica quando questi non può più far fronte ai debiti contratti e soddisfare tutti i creditori.

Egli può dunque depositare presso il tribunale ove ha residenza un piano di pagamento attraverso cui ristrutturare il debito, soddisfacendo – almeno in parte – le pretese dei creditori ed estinguere tutti i suoi debiti.

Cosa deve indicare il piano di esdebitamento

Nel piano di esdebitamento che viene depositato al giudice, il debitore  Il piano deve indicare:

·         ricostruzione della situazione economica e patrimoniale

·         ragioni dell’incapacità del debitore di far fronte ai debiti

·         scadenze, modalità ed eventuali garanzie

·         cause dell’indebitamento

·         resoconto sulla sua solvibilità negli ultimi cinque anni

·         eventuale esistenza di atti impugnati dai creditori.

Stante che il piano nasce per permettere la ristrutturazione del debito, non sarà necessario che esso preveda il soddisfacimento integrale di tutti i debitori. Mentre i crediti tributari e previdenziali vanno pagati integralmente, di fatto si può proporre il pagamento di tutti gli altri creditori in misura percentuale.

Fallimento del consumatore: in quali casi il giudice accetta il piano?

Perché il giudice accetti il piano e ammetta dunque il debitore alla procedura, questi dovrà dimostrare che il piano è concretamente realizzabile e che le cause del suo indebitamento non sono riconducibili a colpe del debitore quanto piuttosto causate da forza maggiore, da avvenimenti che non dipendono dal debitore stesso (ad esempio da licenziamento o dalla malattia).

Per sapere di più sulla procedura di presentazione del piano, ti consigliamo di consultare il nostro approfondimento: Sovraindebitamento: esdebitazione consumatori e legge salva suicidi.

Esdebitamento: nel fallimento del consumatore i creditori devono accettare il piano

Il piano di pagamento viene presentato ai creditori in un’unica udienza fissata dal giudice, i quali dovranno votare se accettare oppure no.

Perché il piano diventi operativo, il procedimento deve essere votato favorevolmente da creditori che rappresentano almeno il 60% dei crediti complessivi. In questo caso il piano viene approvato e vincola tutti i creditori (non solo dunque quelli che lo hanno votato).La proposta viene dunque omologata dal giudice.

Quali sono i vantaggi del fallimento del consumatore?

Il primo vantaggio è quello di liberarsi dalla costante minaccia dell’ufficiale giudiziario che bussa alla porta di casa, senza contare il costo ulteriore che quella condizione genera in termini di spese legali conseguenti alle azioni esecutive intraprese dai creditori.

Ma esistono anche vantaggi operativi:

·         i debiti vengono pagati in misura minore;

·         i crediti privilegiati possono essere sospesi anche sino ad un anno;

·         si sospendono tutte le procedure esecutive durante il piano di pagamento (dunque nessun pignoramento o espropriazione);

·         si può prevedere un percorso di vendita guidata (dal tribunale) dei beni, a soddisfacimento dei crediti;

·         infine nel momento in cui il piano viene pagato per intero, il debitore è libero da ogni debito.

[1] L. n. 3 del 27.01.2012.

 

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Recupero crediti: come si tutela la privacy? PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
mercoledì 27 luglio 2016

L’attività di recupero crediti può essere svolta in proprio, attraverso un incaricato, o a mezzo terzi, previo mandato o appalto di servizi. In entrambi i casi si svolge un trattamento dei dati personali assoggettato al Codice della privacy.

L’osservanza del Codice della Privacy impone specifiche cautele nella relazione con il debitore. Ecco, in sintesi, alcuni dei punti rilevanti del Codice, che in molte parti recepisce e codifica le numerose pronunce emanate e i pareri forniti in questi anni dal Garante, anche in merito alla gestione delle informazioni necessarie all’attività di recupero crediti.

Nel settore privato la regola è il trattamento dei dati previa informativa (art. 13) e previo consenso dell’interessato ovvero della persona fisica o giuridica, ente o associazione cui si riferiscono i dati (art. 4). Peraltro, esistono molte eccezioni alla regola del consenso preventivo (art. 23). Non sempre occorre l’adesione del soggetto cui si riferiscono le informazioni. Si tratta di ipotesi tassativamente previste dalla disciplina del Codice della privacy (art. 24). Nello specifico per le informazioni sulla solvibilità la lettera d) del citato art. 24 dispone l’esenzione per quanto “riguarda dati relativi allo svolgimento di attività economiche, trattati nel rispetto della vigente normativa in materia di segreto aziendale e industriale”.

Pertanto la denominazione, la ragione sociale, le informazioni sulla solvibilità sono dati utilizzabili senza il consenso degli interessati; ciò in omaggio alle esigenze del traffico giuridico. Al riguardo, già in vigenza della legge 675 del 1996, la giurisprudenza del Garante aveva evidenziato che “ai sensi dell’art. 12, comma 1, lett. f) e 20, comma 1, lett. e), della legge n. 675 del 1996, le informazioni relative alla solvibilità o allo stato d’insolvenza di un’impresa (oppure ai crediti o ai debiti ad essa riferiti) rientrano nella nozione di dati relativi allo svolgimento di attività economiche, la cui utilizzazione e divulgazione a terzi può avvenire anche senza il consenso dell’interessato” (Garante 26 febbraio 2000, in bollettino n. 11 /12, pag. 31 — v. anche www.garanteprivacy.it: doc. n. 39248 — Garante 2 marzo 2000, in bollettino n. 11/12, pag. 28 — v. anche www.garanteprivacy.it: doc. n. 40699.).

Quali sono i limiti al consenso al trattamento dei dati?

La legislazione del Codice della privacy ha previsto che, perché possano essere resi pubblici i dati del debitore, è necessario ottenerne dallo stesso il previo consenso al trattamento, tenuto anche conto delle deroghe fissate dal legislatore.

Nel provvedimento del 30 novembre 2005, in materia di attività professionale di recupero crediti, il Garante ha ribadito che la deroga al consenso per il trattamento per il recupero crediti può riguardare i dati anagrafici riferiti al debitore, codice fiscale o partita IVA, ammontare del credito, condizioni del pagamento, recapiti telefonici, che di norma vengono forniti dall’interessato in sede di conclusione del contratto o comunque sono desumibili da elenchi o registri pubblici.

A questi si aggiunge, in quanto compatibile con il principio di correttezza e di necessità, il trattamento dei dati relativi al reddito e al patrimonio e quindi alla solvibilità del debitore. Sempre in tema di deroghe alla regola del consenso, per quanto concerne l’ipotesi di trattamento necessario per adempiere ad obblighi di legge, prevista ex art. 20, comma I, lett. c), della legge n. 675 del 1996, attuale art. 24 comma 1 lett. a) del d.lgs. n. 196 del 2003, la comunicazione dei dati relativi all’indebitamento della clientela, effettuata dagli intermediari finanziari alla centrale rischi della Banca d’Italia, non è sottoposta all’obbligo della preventiva acquisizione del consenso dei singoli interessati, cui resta preclusa la possibilità di chiedere la cancellazione dei dati o di opporsi al relativo trattamento (Garante 17 ottobre 2001, in bollettino n. 23, pag. 29 — v. anche www.garanteprivacy.it: doc. n. 40907).

Anche nel caso in cui il cliente abbia prestato il proprio consenso al trattamento dei dati, tuttavia, la loro diffusione o comunicazione deve rispettare i principi della pertinenza e non eccedenza degli stessi in riferimento alle finalità del trattamento (art. 25). In proposito si può ricordare che il Garante ha avuto modo di precisare che fuori dei casi di operazioni di comunicazioni connesse a prestazioni richieste, a servizi erogati o all’adempimento di obblighi normativi posti a favore di soggetti pubblici, gli istituti di credito ed il relativo personale devono mantenere il massimo riserbo sulle informazioni relative ai propri clienti, astenendosi dalla divulgazione a terzi.

Secondo la legge n. 675 del 1996 il titolare del trattamento, ai fini del corretto utilizzo della facoltà di cui all’art. 20, comma 1, lett. g) della legge, doveva valutare l’effettiva necessità di comunicazione dei dati, il contesto in cui essi erano trattati, il rapporto giuridico intercorrente con l’interessato ecc.

Pertanto, sussistendo nei rapporti delle banche con la clientela l’obbligo di mantenere il riserbo sulle operazioni, sui conti e sulle posizioni degli utenti (cd. Segreto bancario), in assenza del consenso dell’interessato deve ritenersi illecita la comunicazione dei dati personali di un cliente effettuata da un dipendente dell’Istituto in favore del difensore di un terzo, perché contraria non solo ai principi di liceità e correttezza del trattamento fissati dall’art. 9 della legge n. 675 del 1996, ma anche agli specifici obblighi nascenti dal rapporto contrattuale ai sensi 1175 e 1375 c.c. (Garante 23 maggio 2001, in bollettino n. 20 pag. 30 — v. anche www.garanteprivacy.it: doc. n. 39821).

Esiste un divieto di comunicazione ingiustificata dei dati?

Con provvedimento del 30 novembre 2005, il Garante ha imposto il divieto di comunicare a terzi informazioni relative alla morosità del debitore.

Il Garante, con riferimento alle comunicazioni telefoniche o postali, ha prescritto che è vietato comunicare ingiustificatamente a soggetti terzi rispetto al debitore, anche se familiari, coabitanti, colleghi di lavoro, vicini di casa, informazioni relative alla morosità.

Le sollecitazioni al pagamento devono essere portate a conoscenza del solo debitore e pertanto il Garante ritiene vietati i solleciti telefonici preregistrati senza l’intervento di un operatore, l’affissione ad opera di incaricati del recupero crediti di avvisi di mora, sollecitazioni al pagamento sulla porta del debitore, le cartoline postali o l’invio di plichi recanti all’esterno la scritta recupero crediti o diciture similari.

I dati personali trattati in violazione della disciplina in materia di trattamento dei dati personali, afferma il Codice della privacy (art. 11, comma 2), non possono essere utilizzati. Al divieto di utilizzo si collega in particolare l’obbligo del risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale (art. 15). La persistenza negli archivi di dati illegittimamente trattati inoltre è idonea, anche solo potenzialmente, a causare gravissimi danni all’immagine del soggetto leso (Trib. Napoli, 10 giugno 2003).

IN PRATICA

Anche nel corso dell’attività di recupero crediti si rende necessario rispettare la riservatezza del debitore e, proprio a tal proposito, il Codice della privacy ha fissato alcuni punti fondamentali da rispettare.

Di regola il trattamento dei dati è ammesso previa informativa e previo consenso dell’interessato — sia esso persona fisica o giuridica, ente o associazione — cui si riferiscono i dati. Ipotesi tassativamente individuate, poi, permettono di derogare al precetto del previo consenso.

Nell’ambito dell’attività di recupero crediti, la diffusione o comunicazione dei dati del cliente che abbia prestato il consenso al loro trattamento, deve rispettare i principi della pertinenza e non eccedenza degli stessi in riferimento alle finalità del trattamento.

Il Garante della privacy ha prescritto il divieto di effettuare comunicazioni telefoniche o postali relative alla morosità del debitore, che possano essere portate a conoscenza di soggetti terzi, anche qualora si tratti di persone a stretto contatto, per diversi motivi, con lo stesso.

Il solo debitore deve, pertanto essere portato a conoscenza dei solleciti di pagamento, pena l’obbligo, in caso di violazione di tale precetto, al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.

 

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Vendere o donare la casa quando si ha già un debito è inutile PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
mercoledì 27 luglio 2016

Possibile la revocatoria sulla cessione dell’immobile anche se il creditore e il debitore sono ancora in causa e il credito del primo è oggetto di contestazione.

Basta semplicemente essere “potenziali debitori” di un altro soggetto perché quest’ultimo possa rivolgersi al tribunale e far revocare tutte le vendite o le donazioni nel frattempo compiute dal proprietario del bene per evitare il pignoramento. Difatti, anche se sull’esistenza e/o entità del credito è ancora in corso una causa, è possibile esercitare in anticipo la cosiddetta azione revocatoria sugli atti di cessione dei beni che potrebbero pregiudicare il creditore. È quanto ricorda la Cassazione con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine e, per iniziare, facciamo qualche esempio per rendere più chiara la situazione che può venirsi a verificare.

La revocatoria della vendita durante la causa di separazione

Tizio e Caia sono marito e moglie e hanno deciso di separarsi. Durante il corso della causa, Tizio vende alcuni dei suoi beni di maggior valore alla propria sorella, in modo tale che la sua ex moglie non possa aggredirli successivamente. Benché l’esito della causa di separazione non è ancora scontato e non si sa cosa deciderà il giudice, Caia può ugualmente iniziare a tutelare i propri (eventuali e futuri) diritti, chiedendo la revocatoria di tale cessione.

In tal caso, trattandosi di una vendita (tecnicamente si dice “atto a titolo oneroso”), il creditore deve dimostrare due circostanze:

·         l’intenzione del debitore di nuocere, con tale atto, il creditore. È facile da provare: basta dimostrare che il debitore non ha altri beni di pari o simile valore; in pratica, spogliandosi della casa, del terreno, della villa, ecc. e non avendo altri immobili da poter essere pignorati, il debitore ha di fatto pregiudicato e danneggiato il creditore, rendendogli impossibile recuperare i propri soldi;

·         la consapevolezza di tale danno da parte del terzo acquirente: non c’è bisogno che il nuovo proprietario sia “complice” delle intenzioni fraudolente del debitore, ma deve essere semplicemente conscio. Nell’esempio in questione, la sorella di Tizio non può non essere a conoscenza della causa di separazione del fratello con Caia ed è quindi consapevole che la vendita della casa di quest’ultimo è finalizzata proprio a frustrare le ragioni di Caia.

Se sussistono tali due presupposti, in tal caso la revocatoria è possibile e, anzi, non c’è bisogno di attendere la fine della causa tra Tizio e Caia: basta infatti il semplice potenziale pregiudizio che la moglie potrebbe conseguire, per consentire a quest’ultima di giocare in anticipo e, anche durante la causa di separazione, chiedere la revocatoria della vendita della casa.

Ricordiamo, del resto, che l’azione revocatoria può essere esercitata solo entro 5 anni dal compimento dell’atto: per cui, subordinarne l’esperimento alla conclusione del precedente giudizio che accerti l’esistenza o l’entità del debito potrebbe pregiudicare l’esercizio dei diritti al creditore: i tempi dei processi, infatti, sono spesso superiori a cinque anni e potrebbero far decorrere i termini per la revocatoria.

La revocatoria della donazione dopo la fideiussione

Facciamo un secondo esempio. Tizio firma una fideiussione con la banca per garantire il prestito di Caio, suo socio. Il giorno dopo, Tizio dona la propria casa a suo figlio, Sempronio. Anche in questo caso, sebbene Caio non sia ancora diventato moroso e stia regolarmente pagando il proprio finanziamento, la banca può agire in tribunale per far revocare la donazione fatta da Tizio.

A differenza del caso della vendita, se l’immobile è stato semplicemente donato (tecnicamente si chiama “atto a titolo gratuito”), è necessario dimostrare solo il primo dei due precedenti presupposti (l’intenzione del debitore di nuocere il creditore) e non anche il secondo (la consapevolezza del nuovo proprietario del bene di tale danno: egli infatti non ha dovuto pagare un prezzo per acquisire la proprietà del bene e non deve essere tutelato come invece l’acquirente).

Gli effetti della revocatoria

Con l’esercizio della revocatoria, si ha che la vendita o la donazione vengono “cancellate” dalla realtà giuridica e sono come “mai poste in essere”. Con la conseguenza che il bene non è mai uscito dalla titolarità del precedente proprietario e il creditore può pignorarlo se il suo credito è diventato certo. Quindi, se per l’azione revocatoria non è necessario che l’esistenza e/o l’entità del credito sia ancora accertata, invece per il pignoramento questo passaggio è necessario.

[1]Cass. sent. n. 14649/16 del 18.07.2016.

 

 

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Ultimo aggiornamento ( domenica 11 settembre 2016 )
 
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