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Conti dormienti: cosa sono e come ottenere il rimborso PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
venerdì 22 luglio 2016

I soldi depositati in conti correnti o strumenti finanziari e non movimentati in 10 anni passano ad un Fondo del Ministero dell’Economia. Ma si possono riavere.

I conti dormienti [1] sono i rapporti con le banche per un importo superiore ai 100 euro che non sono stati movimentati per almeno 10 anni. Si tratta di depositi di denaro e di strumenti finanziari, quindi libretti di risparmio, conti correnti (anche postali), azioni, obbligazioni o titoli di Stato. Le rendite delle polizze vengono, invece, considerate “dormienti” dopo un periodo di 2 anni, mentre gli assegni circolari lo sono dopo 3 anni dalla loro emissione.

Trascorsi quei periodi, le somme depositate passano ad alimentare un Fondo del Ministero dell’Economia e delle Finanze istituito dal Governo [2]. Il Ministero utilizza quel denaro per finalità sociali.

Prima, però, la banca deve informare il titolare del conto corrente, del libretto di risparmio o dell’investimento finanziario del rischio che corre se non “sveglia” il suo deposito dormiente. Il risparmiatore avrà 6 mesi di tempo per movimentare il suo denaro. E, nel caso non lo facesse e i soldi finissero al Fondo, avrà 10 anni di tempo per chiedere il rimborso.

Come svegliare un conto dormiente

Qualsiasi operazione portata a termine direttamente dal titolare di un rapporto con la banca (o di un suo delegato) serve a risvegliare un conto dormiente. Non è così, invece, nel caso quelle operazioni vengano compiute in modo automatico o non vedano il coinvolgimento diretto del titolare o di chi lo rappresenta.

Nel dettaglio, serve a svegliare il rapporto dormiente:

·         la comunicazione alla banca con cui si conferma la volontà di continuare il rapporto;

·         la comunicazione di cambio di residenza;

·         la richiesta di un libretto di assegni, del saldo del conto corrente, di un aggiornamento contabile o di una copia della documentazione bancaria;

·         un prelievo, un versamento, un pagamento con carta di credito o bancomat.

Non sveglia, invece, un conto dormiente:

·         l’accredito di un bonifico (ad esempio lo stipendio);

·         l’addebito automatico delle utenze (luce, gas, telefono, acqua, ecc.);

·         il Rid o altre operazioni automatiche;

·         la mancata movimentazione di un deposito finanziario o di una polizza assicurativa a tacito rinnovo.

Conti dormienti: alcuni casi particolari

Se il titolare di un conto dormiente è deceduto, gli eredi devono comunicare alla banca il proprio diritto a subentrare come titolari del conto, presentando un certificato di morte e i documenti necessari per le pratiche di successione.

Se si è titolari di più rapporti dormienti, non è necessario risvegliarli tutti ma soltanto uno.

Nel caso si possieda un libretto di risparmio al portatore, conviene contattare la propria banca per sapere se si tratta di un rapporto dormiente e per comunicare la volontà di continuare il rapporto stesso. Lo stesso vale per chi ha investito in titoli a tacito rinnovo o a lunga scadenza. Un controllo ogni tanto non guasta.

Come ottenere il rimborso di un conto dormiente

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, tramite una circolare, ha stabilito chi ha diritto al rimborso dei soldi persi sui conti dormienti. Si tratta dei titolari (o di chi ne fa le veci) di:

·         depositi di denaro non movimentati da 10 anni (conti correnti, libretti di risparmio, certificati di deposito);

·         depositi di strumenti finanziari non movimentati per 10 anni;

·         assegni circolari non incassati entro 3 anni dalla loro emissione;

·         polizze assicurative del Ramo Vita che prevedano una rendita o un capitale e che non siano state reclamate dal beneficiario entro 2 anni;

·         buoni fruttiferi postali emessi dopo il 14 aprile 2001 non incassati dal titolare entro 10 anni dalla scadenza del titolo.

Conti dormienti: niente rimborso

Non hanno diritto al rimborso i beneficiari di assegni circolari quando è decorso il termine di 3 anni, di polizze vita non riscosse entro 2 anni e di buoni fruttiferi postali non incassati entro 10 anni.

Per ottenere il rimborso è necessario inviare la domanda tramite raccomandata a/r o raccomandata a mano a: Consap S.p.A – Rif. Rapporti dormienti – via Yser, 14 – 00198 Roma, oppure all’indirizzo e-mail Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo . Il modulo per la presentazione della domanda è scaricabile dal sito www.consap.it. Occorrerà allegare copia del documento di identità e del codice fiscale, eventuale certificato di morte del titolare in caso di subentro (con dichiarazione di qualifica di erede) e copia del libretto di deposito o dell’assegno circolare.

Se i requisiti sono in regola e la domanda viene accolta (possono passare diversi mesi perché le richieste vengono esaminate in ordine di arrivo), Consap disporrà il pagamento del rimborso con le modalità scelte dal richiedente: bonifico o assegno circolare.

 

[1] D.P.R. 116/2007.

[2] Legge 266/2005.

 

 

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Mandato: di cosa si tratta? PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
venerdì 22 luglio 2016

Il mandato è un istituto giuridico in forza del quale un soggetto detto mandatario assume l’obbligazione di compiere uno o più atti giuridici per conto di un altro soggetto detto mandante.

Il mandato è il contratto col quale una parte (detta mandatario) si obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto, cioè nell’interesse, dell’altra (detta mandante). Ad esempio [1]: Tizio, non potendosi assentare dalla sua residenza, dà incarico a Caio di recarsi a Milano per trattare, per suo conto, l’acquisto di un determinato immobile.

Mandato: quali le tipologie?

Può accadere che il mandatario, oltre che per conto, agisca anche in nome del mandante. Il mandato, infatti, può essere con o senza rappresentanza.

Il mandato con rappresentanza si ha quando il mandante, mediante uno speciale atto (detto procura), conferisce al mandatario il potere di rappresentarlo, cioè il potere di manifestare per lui una certa volontà di fronte ai terzi. In tale ipotesi, quest’ultimo agirà di fronte ai terzi in nome e per conto del mandante e, per conseguenza, gli effetti degli atti giuridici da lui compiuti ricadranno direttamente sul mandante, che diverrà titolare dei diritti e degli obblighi relativi. Cosi, ad esempio, se Tizio (mandatario) da me regolarmente fornito di procura, compra, in mio nome e per mio conto, una casa da Caio, io divengo proprietario della casa ed io sono obbligato verso Caio per il pagamento del prezzo.

Il mandato senza rappresentanza, invece, si ha quando il mandante non ha conferito una procura al mandatario. In tale ipotesi, il mandatario agirà di fronte ai terzi per conto del mandante, ma in nome proprio, e per conseguenza gli effetti degli atti giuridici compiuti ricadranno su di lui che, tuttavia, dovrà successivamente trasferirli al mandante, in virtù dell’accordo con questi stipulato. Facciamo ancora una volta un esempio per capire: se Tizio (mandatario senza rappresentanza) acquista per mio conto, ma in nome suo, una casa da Caio, egli ne diviene proprietario ed è obbligato verso Caio per il pagamento del prezzo. Successivamente, attraverso un regolare contratto di compravendita, egli trasferirà a me la proprietà della casa dietro il prezzo corrispettivo.

Con riferimento all’oggetto si distingue tra mandato generale e speciale, cui qualcuno aggiunge il mandato generico.

Il mandato speciale è quello che ha ad oggetto uno o più affari specificatamente determinati e conferisce al mandatario il potere di compiere solo quel negozio giuridico previsto nel contratto di mandato.

Il mandato generale concerne tutti gli affari che possono riguardare il mandante; se le parti non hanno previsto diversamente, esso comprende solo il potere di compiere gli atti di ordinaria amministrazione.

Il mandato generico conferisce il potere di compiere tutti gli atti che appartengano alla categoria che è indicata nel mandato.

Il mandato comprende anche le attività accessorie necessarie per compiere gli atti o l’atto per cui vi è stato espresso conferimento (per esempio è stato ritenuto necessario e accessorio anche l’atto di stipulazione di un contratto preliminare rispetto al conferimento di un mandato ad acquistare o a vendere).

Mandato: differenze con altri contratti

Caratteristica del contratto di mandato è che al mandatario è conferita una certa autonomia nell’esecuzione dell’incarico, ed è ciò che distingue tale figura dall’ambasceria, in cui il cosiddetto nuncius si limita a riferire semplicemente la volontà così come è stata esternata dall’interessato, senza possibilità di effettuare scelte discrezionali. Per questo motivo al nuncius non è richiesta la capacità di agire; inoltre, non è mai parte del negozio.

Da sottolineare anche la differenza tra mandato e rapporto di lavoro subordinato che sarebbe da ravvisarsi nel fatto che il mandatario compie attività giuridiche, mentre il lavoratore subordinato attività materiali; in realtà la differenza non è questa, perché in astratto ciò che è oggetto del mandato può esserlo anche del rapporto di lavoro subordinato; la differenza risiede, invece, principalmente nel fatto che il mandatario non ha un vincolo di subordinazione rispetto al mandante.

Rispetto al contratto d’opera [2], la differenza sta nel fatto che in questo la prestazione consiste nell’eseguire un’opera o un servizio a carattere prevalentemente tecnico, di tipo manuale o intellettuale e non negoziale, mentre quella del mandatario consiste nel compiere atti giuridici.

Più difficile è la distinzione quando il contratto di opera rientra nel cosiddetto contratto d’opera intellettuale: ad esempio, nella prestazione di un avvocato rientra sia il compimento di attività di tipo intellettuale che di atti giuridici. Il criterio discretivo, allora, sarà quello della prevalenza: occorrerà vedere, cioè, se nel contratto prevalga il compimento dell’attività in sostituzione del mandante (nel qual caso avremo un mandato), o se prevalga la funzione di messa a disposizione delle conoscenze tecniche da parte del mandatario.

Rispetto al contratto di agenzia, la differenza principale sta nel fatto che l’agente deve solo reperire i clienti e promuovere la conclusione di contratti, mentre il mandatario deve concluderli. L’attività dell’agente, quindi, è di tipo prettamente materiale. Un ulteriore differenza sta nella maggiore autonomia di cui gode l’agente rispetto al mandatario. In realtà, la distinzione può farsi ardua nella pratica, perché spesso l’agente è incaricato di concludere direttamente i contratti per conto del proponente; anche qui il criterio discretivo sarà quello della prevalenza, nel senso che deve ravvisarsi un contratto di agenzia là dove sia prevalente la funzione del reperire i clienti rispetto a quella di concludere i contratti.

Mandato: come va svolta l’attività?

Il principale obbligo del mandatario è quello di eseguire il mandato con la diligenza del buon padre di famiglia, attenendosi alle istruzioni ricevute dal mandante.

Quest’ultimo, da parte sua, deve fornire al mandatario i mezzi necessari per l’esecuzione del mandato, rimborsargli le spese incontrate e, salvo patto contrario, pagargli un compenso.

 

[1] Art. 1703 cod. civ.

[2] Art. 2222 cod. civ.

 

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Cosa si intende per interessi compensativi? PDF Stampa E-mail
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venerdì 22 luglio 2016

La definizione di interessi compensativi è utilizzata da alcuni autori come sinonimo di interessi corrispettivi, mentre in giurisprudenza con essa spesso si identifica la circostanza che gli interessi delle obbligazioni risarcitorie si producono automaticamente.

Secondo quanto affermato dalla giurisprudenza nell’illecito extracontrattuale gli interessi compensativi sono una componente naturale del danno e della relativa domanda, da attribuire anche d’ufficio e destinata a compensare il creditore del mancato godimento del capitale durante il tempo occorrente per la liquidazione. Dovendo la riparazione pecuniaria spettante al danneggiato rapportarsi alla data del fatto illecito, che coincide con la diminuzione patrimoniale, gli interessi, proprio perché vanno a integrare il capitale liquidato, devono seguire la stessa sorte e, pertanto, decorrere dal dì dell’evento dannoso, ossia dal momento in cui il controvalore avrebbe dovuto essere spontaneamente pagato (e non dalla data della proposizione della domanda giudiziale) (Cass., 11 febbraio 2005, n. 2839).

Si veda anche, Cass. 9 febbraio 2005, n. 2654

“Il principio secondo cui gli interessi sulle somme di denaro liquidate a titolo risarcitorio decorrono dalla data in cui il danno si è verificato è sì applicabile soltanto in tema di responsabilità extracontrattuale da fatto illecito (in quanto il danneggiante-debitore è costituito in mora “ex re” fin dal giorno della consumazione dell’illecito, mentre nel caso di obbligazione risarcitoria derivante da inadempimento contrattuale gli interessi decorrono dalla data della domanda giudiziale, atto idoneo a costituire in mora il debitore), ma non può essere inteso nel senso che, ove l’obbligazione risarcitoria derivi da inadempimento contrattuale, sia autorizzata la considerazione di date diverse ai fini della rivalutazione monetaria dell’importo corrispondente al danno originario e della decorrenza degli interessi (cosiddetti) compensativi (nel caso sussista un danno da ritardo) sulle somme progressivamente rivalutate, non essendo concettualmente conciliabile l’accertamento dell’inadempimento con effetti risarcitori ad una certa data con la decorrenza da una data successiva degli interessi compensativi da ritardo nell’adempimento del debito risarcitorio. Ne consegue che, se l’equivalente monetario attuale del danno (da inadempimento o da illecito) non è sufficiente a tenere indenne il creditore da tutte le conseguenze pregiudizievoli del fatto dannoso a causa del ritardo col quale la somma gli è stata erogata, allora il giudice può liquidare tale danno anche sotto forma di interessi, a condizione che tale danno sia ritenuto esistente prima del riconoscimento di detti interessi (che ne costituiscono una mera modalità liquidatoria).”

Con la definizione in esame ci si riferisce alle ipotesi di interessi previsti dagli artt. 1499 c.c. (in materia di vendita), 1815 c.c. (in materia di mutuo) e 1825 c.c. (in materia di conto corrente). In particolare, in materia di vendita di cosa che produca frutti o altri proventi l’art. 1499 c.c., che reca la rubrica “Interessi compensativi sul prezzo”, prevede che siano dovuti gli interessi, salvo diversa pattuizione, da quando la cosa è consegnata e venduta, anche se il prezzo non è ancora esigibile.

L’art. 1815 dispone invece che, salva diversa pattuizione, il mutuatario deve corrispondere gli interessi al mutuante e rinvia, per la determinazione del tasso, alle norme relative agli interessi legali.

Gli interessi compensativi, sono quella categoria di interessi dovuti al creditore per il ritardo nell’adempimento del debito risarcitorio.

 

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Anatocismo e interessi usurari: cosa sono? PDF Stampa E-mail
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venerdì 22 luglio 2016

Quando è illecito l’anatocismo ossia il calcolo degli interessi sugli interessi già scaduti e non pagati. Un limite all’autonomia privata nella fissazione della misura degli interessi deriva dalle norme in materia di determinazione dei tassi.

Cos’è l’anatocismo?

Per anatocismo si intende l’istituto che prevede la produzione di interessi da interessi scaduti e non pagati.

Salvo usi contrari, gli interessi scaduti producono interessi (definiti anatocistici) nei seguenti casi:

·         per effetto di convenzione fra le parti, purché essa sia posteriore alla scadenza degli interessi e purché si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi;

·         per espressa previsione di norme speciali;

·         se è stata proposta domanda giudiziale e solo dal giorno della domanda stessa. Si è autorevolmente deciso che la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi configuri violazione del divieto di anatocismo di cui all’art. 1283 c.c., non rinvenendosi l’esistenza di usi normativi che soli potrebbero derogare al divieto imposto dalla suddetta norma, neppure nei periodi anteriori al mutamento giurisprudenziale avvenuto nel 1999, non essendo idonea la contraria interpretazione giurisprudenziale seguita precedentemente a conferire normatività a una prassi negoziale che si è dimostrata poi essere contra legem (Cass., sez. un., 4 novembre 2004, n. 21095).

Cosa sono gli interessi usurari?

La disciplina originaria del codice civile in materia di pattuizione di interessi cd. Usurari relativi al mutuo è stata modificata da successivi interventi normativi, quali la legge 7 marzo 1996, n. 108, il decr. 23 settembre 1996 ed il decr. 22 settembre 1998.

È, fra l’altro, previsto che se sono convenuti interessi usurari, ferme le sanzioni penali, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi.Ai fini della determinazione dell’entità dei tassi definiti usurari, il Ministro del Tesoro, sentiti la Banca d’Italia e l’Ufficio italiano dei cambi, rileva trimestralmente il tasso effettivo globale medio, comprensivo di commissioni, di remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, riferito ad anno, degli interessi praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari iscritti negli elenchi tenuti dall’Ufficio italiano dei cambi e dalla Banca d’Italia, nel corso del trimestre precedente per operazioni della stessa natura. I valori medi derivanti da tale rilevazione, corretti in ragione delle eventuali variazioni del tasso ufficiale di sconto successive al trimestre di riferimento, sono pubblicati senza ritardo nella Gazzetta Ufficiale.

Il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà.

IN PRATICA

L’anatocismo, disciplinato dall’art. 1283 c.c., si applica nei soli casi previsti dalla legge e comporta l’applicazione di interessi nel caso in cui gli interessi dovuti dal debitore siano scaduti e non pagati.

L’interesse è definito usuraio quando parte creditrice ne fissa il tasso oltre il limite stabilito dalla legge.

 

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Interessi corrispettivi e moratori: come calcolare il tasso di interesse PDF Stampa E-mail
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venerdì 22 luglio 2016

Vi è la presunzione che la disponibilità di una somma di denaro determini dei vantaggi o benefici economici per colui che la possiede. Al fine di riequilibrare questa situazione che determina vantaggi al debitore della somma, e, dall’altro, svantaggi al creditore, sono previsti gli interessi, che si possono distinguere principalmente in interessi corrispettivi ed interessi moratori e che vengono calcolati prendendo come base un dato parametro, definito tasso d’interesse.

La disciplina del codice civile prevede che i crediti liquidi (ossia il cui importo è determinato o determinabile con semplici operazioni di calcolo) ed esigibili di somme di denaro producano interessi di pieno diritto. Ciò non accade se la legge o il titolo stabiliscono diversamente. Questi interessi sono detti corrispettivi e sono dovuti anche in mancanza di accordi precedenti nella misura (saggio o tasso) legale. La caratteristica degli interessi è di essere determinata secondo un tasso (cd. proporzionalità) da corrispondersi a periodi predeterminati (cd. periodicità).

Il legislatore, consapevole della difficoltà di provare il danno determinato dall’inadempimento nelle obbligazioni che hanno per oggetto una somma di denaro, con l’art. 1284 c.c. ha stabilito che sono dovuti dal giorno della mora gli interessi legali anche se non erano dovuti precedentemente e anche se il creditore non prova di aver sofferto alcun danno. Se però prima della mora erano dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi moratori, ai sensi dell’art. 1224 c.c., sono dovuti nella stessa misura.

Il tasso degli interessi legali è stabilito dall’art. 1284 c.c., che prevede che il Ministro del tesoro, con proprio decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Re- pubblica italiana non oltre il 15 dicembre dell’anno precedente a quello cui il saggio si riferisce, può modificarne annualmente la misura, sulla base del rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a 12 mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato nell’anno. Qualora entro il 15 dicembre non sia fissata una nuova misura del saggio, questo rimane invariato per l’anno successivo. Il saggio degli interessi legali — già fissato nella misura del dieci per cento in ragione di anno — è stato portato, a decorrere dal 1° gennaio 1997, al 5 per cento dall’art. 2, comma 185, l. 23 dicembre 1996, n. 662, al 2,5 per cento dal d.m. 10 dicembre 1998 (G.U. 11 dicembre 1998, n. 289), a decorrere dal 1° gennaio 1999, al 3,5 per cento, a decorrere dal 1° gennaio 2001, dal d.m. 11 dicembre 2000 (Gazz. Uff. 15 dicembre 2000, n. 292), al 3 per cento, a decorrere dal 1° gennaio 2002, dal d.m. 11 dicembre 2001 (Gazz. Uff. 14 dicembre 2001, n. 290) e al 2,5 per cento, a decorrere dal 1° gennaio 2004, dal d.m. 1° dicembre 2003 (Gazz. Uff. 10 dicembre 2003, n. 286).

Al saggio legale si computano gli interessi convenzionali, se le parti non ne hanno determinato la misura.

Gli interessi superiori alla misura legale devono essere determinati per iscritto, altrimenti sono dovuti nella misura legale.

Il creditore, se non ha pattuito la misura degli interessi moratori, può ottenere un risarcimento determinato secondo le modalità ordinarie, se dimostra di aver subito un danno maggiore, rispetto a quello risarcito con il pagamento di detti interessi. Non può invece ottenere un risarcimento ulteriore se ha pattuito la misura degli interessi moratori.

Si è quindi affermato che nelle obbligazioni pecuniarie l’inflazione non consente un automatico adeguamento dell’ammontare del debito, né costituisce di per sé un danno risarcibile, ma può implicare, in applicazione dell’art. 1224, comma 2, c.c., solo il riconoscimento in favore del creditore, oltre che degli interessi, del maggior danno che sia derivato dall’impossibilità di disporre della somma durante il periodo della mora, nei limiti in cui il creditore medesimo deduca e dimostri che un pagamento tempestivo lo avrebbe messo in grado di evitare o ridurre quegli effetti economici depauperativi che l’inflazione produce a carico di tutti i possessori di denaro.

In particolare, e sempre nei limiti degli elementi forniti dal danneggiato, il suddetto principio può comportare, in favore del creditore esercente attività imprenditoriale, la considerazione del mancato impiego del denaro nel ciclo produttivo, ovvero della necessità di avvalersi del prestito bancario, e quindi il calcolo forfettario del danno in questione, rispettivamente, alla luce dei proventi medi dell’attività imprenditoriale o del costo del prestito bancario (App. Roma, 16 giugno 2005, n. 2751).

Ed ancora si è precisato che quando il maggior danno cui fa riferimento l’ultimo comma dell’art. 1224 c.c. sia costituito dalla svalutazione monetaria, il relativo ulteriore risarcimento spettante al creditore consiste nella differenza tra il saggio di interessi legali e il tasso della svalutazione, con la conseguenza che va riconosciuta la sola rivalutazione dal giorno della messa in mora, ove la relativa entità sia superiore al tasso degli interessi legali. Comunque, in caso di inadempimento di obbligazioni pecuniarie, deve escludersi la possibilità di cumulo degli interessi legali e della rivalutazione monetaria, essendo consentito soltanto allegare l’esistenza di un maggior danno rispetto agli interessi ai sensi dell’art. 1224 c.c. (Cass., 6 maggio 2005, n. 9392).

I crediti per i canoni di affitto e di locazione (crediti per fitti e pigioni), se non è diversamente pattuito, producono interessi solo dalla data della costituzione in mora del debitore (art. 1282 c.c.).

Il credito per rimborso di spese fatte per cose da restituire non produce interessi per il periodo in cui, chi ha sostenuto le spese, abbia goduto della cosa senza corrispettivo e senza essere tenuto a render conto del godimento.

Il credito produce automaticamente interessi se si tratta di credito per cui la costituzione in mora non è necessaria (come nelle ipotesi di debito che deriva da fatto illecito, di debitore che abbia dichiarato per iscritto di non voler adempiere, se è scaduto il termine e la prestazione va eseguita al domicilio del creditore). Negli altri casi, come ad esempio nelle ipotesi in cui l’obbligazione deve essere adempiuta al domicilio del debitore, sarà necessaria la costituzione in mora del debitore mediante intimazione o richiesta fatta per iscritto.

Fondamentale importanza riveste in materia di interessi il d.lgs. 231 del 2002 (attuazione della direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di paga- mento nelle transazioni commerciali).

Detta normativa si applica ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo in una transazione commerciale. Per transazioni commerciali si intendono i contratti, comunque denominati, tra imprese ovvero tra imprese e pubbliche amministrazioni, che comportano, in via esclusiva o prevalente, la consegna di merci o la prestazione di servizi, contro il pagamento di un prezzo.

Sono esclusi dall’ambito di applicazione del decreto:

– i debiti oggetto di procedure concorsuali aperte a carico del debitore;

– le richieste di interessi inferiori a 5 euro;

– i pagamenti effettuati a titolo di risarcimento del danno ivi compresi i pagamenti effettuati a tale titolo da un assicuratore.

Salvo diverso accordo tra le parti, il saggio degli interessi è determinato in misura pari al saggio d’interesse del principale strumento di rifinanziamento della Banca Centrale Europea applicato alla sua più recente operazione di rifinanziamento principale effettuata il primo giorno di calendario del semestre in questione, maggiorato di sette punti percentuali. Il saggio di riferimento in vigore il primo giorno lavorativo della Banca Centrale Europea del semestre in questione si applica per i successivi sei mesi.

Il d.lgs. n. 231/2002 sancisce, altresì, che il creditore ha diritto al risarcimento dei costi sostenuti per il recupero delle somme non tempestivamente corrispostegli, salva la prova del maggior danno, ove il debitore non dimostri che il ritardo non sia a lui imputabile.

Per quanto riguarda i rapporti di subfornitura la l. 18 giugno 1998, n. 192 stabilisce che, in caso di mancato rispetto del termine di pagamento, il committente deve al subfornitore, senza bisogno di costituzione in mora, un interesse determinato in misura pari al saggio d’interesse del principale strumento di rifinanziamento della Banca Centrale Europea applicato alla sua più recente operazione di rifinanziamento principale effettuata il primo giorno di calendario del semestre in questione, maggiorato di sette punti percentuali, salva la pattuizione tra le parti di interessi moratori in misura superiore e salva la prova del danno ulteriore. Il saggio di riferimento in vigore il primo giorno lavorativo della Banca Centrale Europea del semestre in questione si applica per i successivi sei mesi. Ove il ritardo nel pagamento ecceda di trenta giorni il termine convenuto, il committente incorre, inoltre, in una penale pari al 5% dell’importo in relazione al quale non ha rispettato i termini.

In materia di crediti di lavoro è stabilito che il giudice, quando pronuncia sentenza di condanna al pagamento di somme, deve determinare, oltre agli interessi in misura legale, il maggior danno eventualmente subito dal lavoratore per la diminuzione di valore del suo credito, condannando al pagamento della somma relativa con decorrenza dal giorno della maturazione del diritto (art. 429 c.p.c.). L’obbligo di pagare somme in conseguenza di debiti di lavoro è quindi soggetta a rivalutazione, senza che il lavoratore debba provare il “maggior danno”.

IN PRATICA

Gli interessi corrispettivi sono prodotti, anche in mancanza di accordo, nel caso in cui siano dovute somme di denaro liquide ed esigibili e sono determinati secondo un tasso di interesse da corrispondere secondo date periodicità.

Gli interessi moratori, invece, sono dovuti dal giorno della mora e perseguono lo scopo di indennizzare il creditore del danno subito dal ritardo nel pagamento, anche se lo stesso non è esattamente quantificabile.

Il tasso d’interesse è determinato dall’art. 1284 c.c., il quale stabilisce anche che, annualmente, il Ministro del Tesoro può modificarne la misura, tenuto conto del tasso d’inflazione registrato nell’anno. La pattuizione di interessi superiori alla misura legale deve essere provata per iscritto.

Ancora in materia di interessi, assumono rilevanza il d.lgs. 231/2002, applicabile ai pagamenti effettuati a titolo di corrispettivo nelle transazioni commerciali, la l. 192/1998, in materia di appalti di subfornitura e l’art. 429 c.p.c., per quanto concerne i crediti di lavoro.

 

 

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