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Impugnazione cartella contributi INPS: a chi notificare il ricorso PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
venerdì 08 luglio 2016

Nella causa promossa contro la cartella esattoriale per contestare il credito non c’è litisconsorzio necessario tra Equitalia e INPS.

 

In caso di impugnazione della cartella esattoriale è sufficiente notificare il ricorso all’Agente della riscossione, non essendo obbligatoria la chiamata in causa dell’ente creditore, neppure quando si contesta l’esistenza del credito (per esempio per prescrizione o avvenuto pagamento). È quanto ribadito dalla Cassazione in una recente sentenza [1] che, confermando l’indirizzo giurisprudenziale ormai prevalente, ha escluso il litisconsorzio necessario fra Equitalia ed ente titolare del credito (nel caso di specie INPS).

La Corte ha infatti affermato che, in tema di riscossione dei contributi previdenziali mediante iscrizione a ruolo, nel giudizio avente ad oggetto l’accertamento del credito, non è configurabile un litisconsorzio necessario tra l’ente creditore e il concessionario del servizio di riscossione; la chiamata in causa di quest’ultimo ha il valore di una mera litis denuntiatio, volta esclusivamente a portare la pendenza della controversia a conoscenza del soggetto incaricato della riscossione, al fine di estendere anche allo stesso gli effetti del giudicato.

Non diversamente, deve escludersi la configurabilità di un litisconsorzio necessario qualora, il giudizio sia promosso dal concessionario o nei confronti dello stesso, non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la circostanza che la domanda abbia ad oggetto l’esistenza del credito, anziché la regolarità o la validità degli atti esecutivi della riscossione.

L’eventuale difetto del potere di agire o resistere in ordine all’accertamento del credito non determina la necessità di procedere all’integrazione del contraddittorio nei confronti del soggetto effettivamente titolare, ma comporta esclusivamente l’insorgenza di una questione di legittimazione, per la cui soluzione non è indispensabile la partecipazione al giudizio dell’ente creditore.

Equitalia può chiamare in causa l’ente creditore (litisconsorzio facoltativo) e la relativa chiamata costituisce oggetto di una valutazione discrezionale del giudice di primo grado (il quale la autorizza o meno), incensurabile in sede d’impugnazione.

 

[1] Cass. sent. n. 9016 del 5.5.16.

 

 

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Problemi di confine? Ecco come risolverli PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
mercoledì 06 luglio 2016

Se il confine tra fondi è incerto, i proprietari possono chiedere che sia stabilito amichevolmente o giudizialmente. Se i termini mancano o sono diventati irriconoscibili, si può di chiedere che siano ristabiliti a spese comuni.

 

Quando sorgono delle contestazioni tra vicini circa la posizione del confine tra due terreni attigui, il mezzo sicuro e definitivo per risolvere il problema è procedere alla delimitazione delle proprietà. Può accadere, infatti, che vi sia incertezza sul confine tra due proprietà o siano andati perduti i cosiddetti “termini di confine“, cioè quei segni materiali come picchetti, pietre o altro usati per delimitare i due terreni attigui.

Che fare in circostanze del genere? Vi sono due strade: una amichevole, che consiste nel trovare un accordo soddisfacente per entrambi i proprietari confinanti e una giudiziale, che si rende necessaria quando la prima non sia possibile.

Problemi di confine: come accordarsi in via amichevole?

Un primo passo è quello di concordare amichevolmente la determinazione del confine. Si tratta di un atto transattivo che può essere fatto solo dal proprietario del terreno e che richiede, per essere valido, la forma scritta. Necessita, poi, di essere trascritto presso il Registro dei beni immobiliari. Sarà opportuno a tale scopo richiedere l’intervento di un geometra il quale, in presenza delle parti:

·         esamina i titoli di proprietà e le piantine allegate per conoscere con precisione le superfici di ciascun terreno;

·         misura la superficie reale di ciascuna proprietà;

·         determina la linea di confine, “materializzandola” eventualmente con ceppi, picchetti o altro.

Problemi di confine: quando ricorrere alla via giudiziale?

Come anticipato, l’altro strumento che può essere utile allo scopo è quello giudiziale; l’azione può essere proposta [1]:

– solo dal proprietario,

– dal titolare di un diritto di servitù (cioè un diritto reale limitato che consiste nel peso imposto sopra un fondo, denominato servente, per l’utilità di un altro fondo, denominato dominante, appartenente a diverso proprietario: quella più conosciuta e forse più diffusa è la servitù di passaggio coattivo, che si ha quando un fondo è intercluso, ossia è circondato da fondi altrui e non ha uscita sulla via pubblica, non potendo procurarsela senza eccessivo dispendio o disagio; in questo caso il proprietario del fondo intercluso ha diritto di ottenere il passaggio sul fondo vicino ai fini della coltivazione o comunque dell’uso del proprio fondo),

– dall’enfìteuta: l’enfiteusi si caratterizza essenzialmente per il fatto che il proprietario cede ad altri il godimento, e quindi la facoltà di usare, facendo propri i frutti naturali (ad. esempio:  il frumento cresciuto nel campo) e civili (ad esempio: gli interessi su delle somme), di un bene immobile (non esiste enfiteusi per i beni mobili) a fronte del pagamento di un canone e dell’obbligo dell’enfiteuta, ossia del titolare del diritto reale, di migliorare il fondo, che in genere è un fondo agricolo, da destinarsi alla coltivazione, e più raramente un fondo urbano,

– dall’usufruttuario,

– da chi ha il diritto d’uso.

Questi ultimi però dovranno chiamare in causa anche il proprietario, altrimenti la sentenza non avrà alcun valore nei suoi confronti.

L’affittuario, invece, non può in nessun caso proporre l’azione di regolamento dei confini.

Presupposto di tale azione è la contiguità dei fondi: essa è esclusa qualora tra essi esista una via pubblica, un corso d’acqua ma è ammessa in caso di siepi, alberi, muretti, posti sul confine incerto; occorre, inoltre, trovarsi in presenza di una linea di confine incerta, incertezza che può essere oggettiva e soggettiva. È oggettiva quando esiste la promiscuità nel possesso e quindi la mancanza di un limite apparente; è soggettiva quando esiste il confine e l’attore sostiene che quel confine è apparente e quindi non è esatto per essere avvenuta usurpazione ai suoi danni.

Chiamato a decidere della causa è il giudice competente per valore del luogo in cui si trovano i terreni interessati.

Ciascun proprietario ha l’onere di fornire la prova della posizione del confine e può usare a questo scopo ogni mezzo: documenti scritti, testimonianze, ecc… Solo quando non vi siano altri elementi, il giudice può ricorrere alle mappe catastali o disporre la perizia di un geometra, il quale alla fine farà una relazione scritta.

Problemi di confine: cosa fare se mancano i termini tra fondi?

Se i termini tra fondi contigui mancano o sono diventati irriconoscibili, ciascuno dei proprietari ha diritto di chiedere che essi siano apposti o ristabiliti a spese comuni [2].

A differenza dell’ipotesi precedente, il caso oggetto di esame presuppone l’esistenza di un confine certo ed incontestato in quanto tende soltanto a rendere visibile e riconoscibile il tracciato mediante l’apposizione di segni esteriori che servono ad individuarlo materialmente.

Tale azione può comunque contenere anche quella di regolamento di confini se, nel corso del procedimento, dovesse nascere contestazione sul tracciato.

Le spese per l’apposizione dei termini si dividono a quote  uguali tra i confinanti a prescindere dalla estensione dei fondi.

 

[1] Art. 950 cod. civ.

[2] Art. 951 cod. civ.

 

 

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Dichiarazione congiunta: il coniuge paga i debiti dell’altro PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
mercoledì 06 luglio 2016

Anche se c’è stata separazione tra marito e moglie, Equitalia può notificare la cartella esattoriale solo a uno dei due: l’altro resta ugualmente obbligato a pagare.

 

Occhio a chi ha fatto, in passato, la dichiarazione dei redditi congiunta: infatti, anche se la coppia si separa, il coniuge non debitore può essere tenuto a pagare i debiti dell’altro che abbia ricevuto una cartella di Equitalia. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1]. Secondo i giudici, infatti, in caso di dichiarazione dei redditi presentata dai coniugi in forma congiunta il non dichiarante è tenuto a pagare imposte ed eventuali sanzioni anche se si è legalmente separato dall’altro

In buona sostanza, se è vero che la regola generale vuole che la cartella esattoriale sia notificata sia al debitore che ai coobbligati in solido, questa regola però non vale nel caso in cui marito e moglie abbiano optato, in passato, per la dichiarazione dei redditi congiunta: in questo caso si verifica una sorta di “solidarietà” nel debito, con la conseguenza che il fisco può chiedere il pagamento indifferentemente all’uno o all’altro, senza peraltro bisogno di notificare a entrambi la medesima cartella di pagamento.

Ma attenzione: questa regola vale anche se la coppia è separata. Facciamo un esempio per comprendere in quale “pasticcio” potrebbe trovarsi l’ex coniuge che, ormai andato a vivere da un’altra parte, si trovi a dover rispondere nei confronti di Equitalia per debiti dell’altro. Se quest’ultimo, infatti, ha ricevuto la cartella, l’Agente per la riscossione non è obbligato a notificarla anche all’altro coniuge ormai separato. Con la conseguenza che chi non ha materialmente ricevuto l’atto di Equitalia, oltre a non avere la possibilità di opporsi alla richiesta di pagamento, potrebbe anche vedersi piombare, dall’oggi al domani, un pignoramento.

La questione può sembrare davvero iniqua e in violazione del diritto di ogni contribuente a potersi difendere, eppure la Suprema Corte non ha dubbi: la facoltà di far valere il difetto di notifica della cartella di pagamento, per chi subisce un pignoramento, come vizio del procedimento, non vale nel caso di dichiarazione dei redditi congiunta atteso che la legge [2] stabiliva, in tale caso, che l’amministrazione notifichi solo a uno dei due l’avviso di accertamento (o la cartella di pagamento), ferma rimanendo la responsabilità solidale dell’altro per le imposte e gli accessori iscritti a ruolo a nome dell’ex.

 

[1] Cass. sent. n. 13733/2016 del 6.07.2016.

[2] Art. 17 della legge n. 114/1977

 

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Pignoramento mobiliare: come evitarlo e difendersi PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
mercoledì 06 luglio 2016

Mi è stato notificato un precetto e, dopo, l’ufficiale giudiziario è venuto a casa per un pignoramento dei mobili mentre io non c’ero: quando tornerà, come posso difendermi?

 

Come in molte altre forme di pignoramento (ad esempio, il pignoramento del conto corrente in banca), è possibile difendersi anche in caso di pignoramento mobiliare, evitando che l’ufficiale giudiziario asporti determinati beni: il che, purtroppo, nella prassi, avviene spesso con l’utilizzo di mezzi fraudolenti, ma esistono anche alcuni diritti che la legge e il codice di procedura riconoscono al debitore. Procediamo quindi con ordine.

Perché il pignoramento mobiliare?

Il pignoramento mobiliare, ossia quello dei beni mobili presenti in casa del debitore (come arredi, gioielli, quadri, suppellettili, scrivanie, divani, computer, ecc.), è anche una delle forme meno sicure di pignoramento e, quindi, prescelto dal creditore solo quando non vi siano altri beni pignorabili o si ignori dove detti beni si trovino. Si ricorre, dunque, al pignoramento mobiliare più come leva di coercizione psicologica, per la platealità con cui avviene l’accesso dell’ufficiale giudiziario all’interno dell’abitazione di residenza o del domicilio del debitore (eventualmente accompagnato anche dall’avvocato del creditore) e la successiva ricerca dei beni da pignorare (sulla strumentalizzazione della paura del debitore, leggi anche “Equitalia: pignoramento di mobili per cartelle da 4milioni”).

Quali sono i beni pignorabili?

In generale l’espropriazione può riguardare tutti i beni mobili (ossia che non sono vincolati saldamente al suolo) che sono nella disponibilità del debitore, nell’immobile in cui questi vive (presso, cioè, la residenza o il domicilio). Se detti beni appartengono ad altri soggetti conviventi, spetterà al debitore dimostrarlo, altrimenti essi saranno comunque pignorabili.

Quali sono i beni che l’ufficiale giudiziario non può mai pignorare?

Il codice civile [1] individua alcuni beni che non possono mai essere pignorati:

·         le cose sacre e quelle che servono all’esercizio del culto religioso (si pensi a un crocifisso, anche in oro, purché non rivesta un valore economico particolare, superando la stessa funzione sacra dell’oggetto);

·         la fede di matrimonio, i vestiti, la biancheria, i letti, il tavolo da pranzo con le relative sedie, gli armadi guardaroba, i cassettoni, il frigorifero, le stufe ed i fornelli di cucina anche se a gas o elettrici, la lavatrice, gli utensili di casa e di cucina insieme a un mobile che li possa contenere; sono tuttavia esclusi i mobili, meno i letti, di rilevante valore economico, anche per accertato pregio artistico o di antiquariato;

·         i cibi e i combustibili necessari per un mese al mantenimento e al riscaldamento del debitore e delle altre persone indicate nel numero precedente;

·         le armi e gli oggetti che il debitore ha l’obbligo di conservare per l’adempimento di un pubblico servizio;

·         le decorazioni al valore, le lettere, i registri e in generale gli scritti di famiglia, nonché i manoscritti, salvo che formino parte di una collezione;

·         gli animali domestici di affezione (cani, gatti, coniglietti, criceti, ecc.).

I beni che mi servono per lavorare, come il computer, possono essere pignorati?

Il pignoramento dei beni mobili necessari all’esercizio dell’arte, professione o attività imprenditoriale possono essere pignorati solo se:

·         non vi sono altri beni da pignorare

·         comunque entro il limite massimo di 1/5.

È verosimile, comunque, che il creditore – per evitare facili opposizioni – preferisca pignorare altri beni.

L’ufficiale giudiziario può pignorare l’automobile?

L’automobile è considerata un bene mobile registrato e, per essa, il pignoramento può avvenire in due forme diverse:

·         la prima avviene mediante una semplice ricerca telematica del mezzo da parte dell’ufficiale giudiziario e successiva iscrizione al PRA del pignoramento: il provvedimento viene poi notificato al debitore che ha l’obbligo di consegnare l’auto all’Istituto Vendite giudiziarie;

·         la seconda forma, invece, è quella tradizione del pignoramento mobiliare: per cui l’auto viene pignorata dall’ufficiale giudiziario solo se, nel momento in cui questi si reca a casa del debitore, la trovi. Pertanto, se in quel momento il veicolo è situato in un altro posto e l’ufficiale giudiziario non lo riesce a rinvenire (si pensi in garage, all’officina, ecc.), non può essere pignorato. È anche vero che l’ufficiale può chiedere al debitore di dichiarare a verbale se è proprietario di altri beni oltre quelli visibili nel giorno del pignoramento e l’eventuale bugia (che nel caso dell’auto è facilmente riscontrabile) viene punita penalmente.

Che succede se dono l’automobile o la inserisco nel fondo patrimoniale?

Dal 27 giugno 2015, il creditore può pignorare, entro determinati limiti, l’automobile del debitore che il debitore ha inserito nel fondo patrimoniale, nel trust o che ha fatto oggetto di donazione, anche se il creditore non ha esperito la cosiddetta azione revocatoria.

Per poter procedere al pignoramento, occorrono tutti i seguenti requisiti:

1.      l’atto del debitore deve essere:

– pregiudizievole per il creditore;

– compiuto a titolo gratuito successivamente al sorgere del diritto di credito.

2.      il creditore deve:

– essere munito di titolo esecutivo (ossia la sentenza, il decreto ingiuntivo, un assegno protestato o una cambiale, ecc.);

– aver trascritto l’atto di pignoramento entro un anno dalla trascrizione dell’atto pregiudizievole.

In caso di donazione, l’esecuzione si attua nei confronti del terzo proprietario.

Che succede se vendo i beni mobili prima del pignoramento?

L’ufficiale giudiziario non può pignorare i beni mobili che il debitore ha venduto prima. Tuttavia, per evitare facili abusi e frodi ai danni dei creditori, per i giudici non basta la semplice scrittura di vendita degli arredi, ma è necessario che essa abbia data certa anteriore al pignoramento. La data certa si ottiene mediante la registrazione del contratto. Dunque, se il debitore intende vendere tutti i propri beni a un familiare e poi ottenerne l’uso in comodato, deve siglare due contratti diversi, il primo con data certa.

Resta comunque la possibilità, per il creditore, entro cinque anni dalla cessione del bene, di esercitare la cosiddetta azione revocatoria per rendere priva di efficacia la vendita. Ma la difficoltà che comporta tale azione, unita ai costi che essa comporta e alla forte incertezza del pignoramento mobiliare, rendono piuttosto improbabile l’avvio di tale causa.

Possono essere altresì opponibili ai creditori (rendendo impignorabili i relativi beni) anche:

– le vendite di beni mobili iscritti in pubblici registri trascritte prima del pignoramento;

– le vendite di beni mobili il cui possesso è stato trasmesso prima del pignoramento;

– le cessioni di crediti notificate al debitore ceduto o dallo stesso accettate prima del pignoramento;

– le vendite di universalità di mobili che hanno data certa anteriore al pignoramento;

– crediti estinti prima del pignoramento.

Come evitare il pignoramento mobiliare?

Se il debitore vuole evitare il pignoramento prima dell’inizio della procedura, può pagare il proprio debito direttamente nelle mani dell’ufficiale giudiziario nel giorno in cui si presenterà alla porta (bisognerà pagare il capitale, gli interessi e le spese di procedura). L’ufficiale giudiziario consegnerà tale somma al creditore. Così facendo l’esecuzione forzata non può proseguire e il debito si estingue.

L’ufficiale giudiziario redige apposito verbale e lo deposita immediatamente in cancelleria con la prova del versamento al creditore della somma consegnata dal debitore, annotando il verbale nel ruolo generale delle esecuzioni.

Al momento del pagamento il debitore può anche fare apposita dichiarazione con cui si riserva il diritto di opporsi in un momento successivo al pignoramento e chiedere, in quella sede, la restituzione della somma versata.

In tal modo il debitore può evitare il pignoramento, ma può contestualmente muovere al creditore le proprie contestazioni promuovendo un separato giudizio di opposizione. Se esso ha esito positivo, il creditore deve restituire quanto incassato dal debitore.

Quando invece il debitore vuole evitare gli inconvenienti del pignoramento ma non intende effettuare il pagamento perché intende ad esempio sollevare opposizione o è in corso un processo di cognizione, può versare all’ufficiale giudiziario una somma di denaro pari al valore del credito per il quale procedere e delle spese relativa alla procedura, aumentato di 2/10.

Questo pagamento non estingue il debito, è solo un versamento in luogo del pignoramento. La procedura esecutiva pertanto prosegue.

Che succede se sposto i mobili e arredi in un altro luogo?

Questo comportamento è sicuramente un illecito. In ogni caso c’è da dire che su tutti i beni che non vengono materialmente trovati nell’immobile non si può estendere il pignoramento. Per cui, per ipotesi, se il debitore spostasse i beni di maggior valore in un altro immobile, ove non avviene il pignoramento, non subirebbe il pignoramento.

Come detto, però, l’ufficiale giudiziario può chiedere al debitore, in caso di insuccesso del pignoramento, se è titolare di altri beni su cui possa estendersi l’esecuzione forzata. La reticenza costituisce un reato.

 

[1] Art. 514 cod. civ.

 

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Come si fa la rinuncia all’eredità? PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
martedì 05 luglio 2016

La rinuncia all’eredità, per non dover pagare i debiti del soggetto defunto, si può fare solo con la dichiarazione in tribunale; non basta la scrittura privata autenticata.

 

La rinuncia all’eredità è un atto che consente all’erede che la compie di non rispondere dei debiti del soggetto deceduto; in tali casi, quindi i creditori non potranno pignorare i beni del rinunciante. Se non esistono altri eredi o tutti gli eredi rinunciano all’eredità, il creditore non avrà possibilità di recuperare quanto il defunto gli doveva.

Proprio per l’importanza degli effetti che scaturiscono da tale atto, la rinuncia all’eredità può avvenire solo con una forma solenne stabilita dalla legge, non essendo previste forme equipollenti. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Come si fa la rinuncia all’eredità: la procedura

La rinuncia all’eredità deve farsi con dichiarazione effettuata presso un notaio di propria fiducia o presso la cancelleria del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione (sezione “volontaria giurisdizione”). Tale dichiarazione verrà poi inserita, a cura del notaio o del cancelliere, nel registro delle successioni.

Secondo la Suprema Corte, la rinuncia all’eredità non può essere fatta con scrittura privata autenticata; in tal senso i giudici si sono espressi più volte affermando che “del tutto infondata risulta la tesi in diritto del ricorrente, secondo cui la rinuncia all’eredità può anche essere fatta con scrittura privata autenticata, sia perché contraria alla disciplina del codice civile [2], sia perché atto di notevole incidenza in tema di successione ereditaria, riguardo, in particolare, ai chiamati all’eredità e ai creditori”.

Documenti per la rinuncia all’eredità

Per la rinuncia all’eredità sono necessari i seguenti documenti:

·         documento di chi rinuncia e suo codice fiscale;

·         certificato di morte in carta semplice o dichiarazione sostitutiva;

·         copia conforme dell’eventuale testamento (con estremi dell’avvenuta registrazione);

·         codice fiscale del defunto;

·         copia conforme del provvedimento di autorizzazione del Giudice Tutelare, se vi sono minorenni;

·         nota di iscrizione a ruolo.

Costi per la rinuncia all’eredità

La procedura prevede i seguenti costi:

·         versamento della somma di € 200 mediante Mod. F.23;

·         marche da bollo (1 da 16 euro per l’originale dell’atto; ulteriori marche per ogni copia conforme che necessiti, ad esempio per l’erede).

Entro quanto tempo va fatta la rinuncia all’eredità?

La rinuncia può essere fatta entro 10 anni dall’apertura della successione.

La rinunzia all’eredità può essere legittimamente manifestata solo dopo l’apertura della successione, dato che una rinunzia precedente comporterebbe l’integrazione di un patto successorio invalido. La rinuncia è inoltre impossibile dopo che l’erede abbia ormai accettato.

Effetti e modalità della rinuncia all’eredità

La rinuncia all’eredità non può essere né parziale, né sottoposta a condizione o a termine (a pena di nullità). Chi rinuncia all’eredità è considerato come se non fosse mai stato chiamato all’eredità.

La rinuncia ha effetto retroattivo, pertanto chi rinunzia all’eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato.

Per le eredità devolute a minori, la rinuncia deve essere fatta dai genitori con autorizzazione del giudice tutelare.

Si può delegare un altro soggetto a effettuare la rinuncia per conto proprio.

Essendo un atto di straordinaria amministrazione possono compierlo solo coloro che hanno la piena capacità legale: gli incapaci devono essere rappresentati e/o assistiti rispettivamente da un legale rappresentante o dal curatore, previa autorizzazione del giudice tutelare competente. Nel caso di eredità devolute a minori, la rinuncia effettuata dai genitori deve essere autorizzata dal giudice tutelare.

Se lo stesso soggetto è sia erede sia titolare di un legato, la rinunzia all’eredità non comporta anche rinuncia ai legati, dal momento che le qualità di erede e di legatario sono indipendenti tra di loro.

Differente è la rinuncia alla quota di legittima, ove il legittimario leso rinuncia ad una sua tutela giurisdizionale tendente a rendere inefficaci le disposizioni lesive dei diritti del legittimario.

Si può revocare la rinuncia all’eredità?

La rinunzia all’eredità può essere revocata fino a quando l’eredità non sia stata acquistata dai chiamati ulteriori al posto del rinunciante.

La revoca può avvenire con:

·         accettazione tacita, allorquando il comportamento del rinunziante sia incompatibile con la volontà di non accettare la vocazione ereditaria;

·         dichiarazione espressa.

In linea di massima è necessario presentarsi innanzi allo stesso notaio o cancelliere preso il quale era stata fatta la rinuncia, presentando i documenti da questi ritenuti necessari.

 

[1] Cass. sent. n. 13590/2016 del 4.07.2016.

[2] Artt. 519 e 525 cod. civ.

 

 

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