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Cartelle di pagamento Equitalia nulle senza avviso di notifica PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
domenica 10 luglio 2016

Se il destinatario della cartella esattoriale non si trova momentaneamente in casa e non trova l’avviso di deposito della raccomandata in Comune, la notifica fatta da Equitalia è nulla.

 

Non deve pagare la cartella esattoriale di Equitalia il contribuente che, momentaneamente assente da casa proprio nel momento della tentata notifica, non trovi poi affisso alla porta l’avviso con cui il messo gli comunica di aver tentato la consegna del plico e che, tuttavia, non ha trovato nessuno ad aprirlo. È quanto chiarito da una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce [1].

Irreperibilità relativa

Nel momento in cui viene tentata la notifica di una cartella esattoriale, la legge prevede due procedure diverse a seconda che il contribuente, destinatario dell’atto, sia assente perché momentaneamente fuori casa, perché ad esempio, al lavoro, per shopping o in vacanza (si parla, in tal caso, di irreperibilità relativa [2]) o sia, in realtà, trasferito e nessuno sappia dove sia andato a vivere (si parla, in tal caso, di irreperibilità assoluta [3]).

Nel primo caso, il messo notificatore deve svolgere una particolare sequenza di atti:

·         deve comunicare al contribuente di aver tentato la notifica della cartella di pagamento, lasciandogli un avviso sulla porta di casa: in realtà, l’avviso viene lasciato, più spesso, nella cassetta delle lettere, anche per tutelare la privacy del contribuente e non fare in modo che qualcuno lo prenda o lo legga. In questo foglio, il notificante chiarisce di essersi presentato in un determinato giorno e orario presso la residenza del destinatario e non aver trovato nessuno ad aprirgli la porta per consegnare l’atto;

·         deve depositare la cartella di pagamento in Comune (il codice di procedura lo chiama “Casa Comunale” che altro non è che il normale Municipio);

·         deve contestualmente inviare al contribuente una seconda raccomandata a.r. in cui gli comunica ufficialmente che, se vuole, può andare a ritirare la cartella di pagamento presso l’ufficio del Comune, ove l’ha depositata. Lì rimarrà per 30 giorni, dopo i quali si formerà la cosiddetta “compiuta giacenza”: l’atto cioè si considererà ugualmente notificato, come se il contribuente l’avesse ritirato. Con tutte le conseguenze del caso: conoscenza del contenuto, decorso dei termini per impugnare e contestare, ecc.

Senza l’avviso di tentata notifica la cartella è nulla

La sentenza in commento chiarisce che la mancanza dell’affissione dell’avviso sulla porta di casa del contribuente – o, come detto, il deposito dello stesso nella cassetta delle lettere – rende nulla la notifica della cartella stessa. Risultato: quest’ultima è come mai consegnata. Con la conseguenza che il contribuente avrà un’arma in più per difendersi da un eventuale pignoramento.

Come difendersi?

Qui bisogna fare molta attenzione. Se impugnate la cartella che vi è stata notificata irregolarmente non farete altro che dichiarare di averne comunque preso visione (come si fa a contestare qualcosa di cui si ignora l’esistenza?). E pertanto, secondo l’orientamento dei giudici, avrete sanato il vizio di notifica: l’importante – affermano i giudici – è che la notifica raggiunga il suo scopo, ossia le mani del destinatario.

Invece, ciò che dovete fare se nulla vi sia stato mai notificato e, in caso di successiva mossa da parte di Equitalia (un pignoramento, un preavviso di fermo o di ipoteca), impugnare quest’ultima, deducendo che la notifica dell’atto presupposto (la cartella, appunto) non è avvenuta correttamente. In questo caso, il ricorso verrà accolto.

 

[1] CTP Lecce sent. n. 908/2016.

[2] Art. 140 cod. proc. civ.

[3] Art. 143 cod. proc. civ.

 

 
Mediazione e opposizione a decreto ingiuntivo: pareri PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
domenica 10 luglio 2016

Opposizione a decreto ingiuntivo: nonostante l’intervento della Cassazione, permane l’incertezza su quale delle due parti, se opposto o opponente, debba attivare la mediazione obbligatoria.

 

Non è servito l’intervento della Cassazione dello scorso anno [1] a chiarire chi debba procedere ad attivare il tentativo di mediazione obbligatoria dopo la prima udienza del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo. Non è certo una questione di poco conto stabilire su chi gravi l’onere, poiché le conseguenze, nel caso di omissione, possono essere disastrose sia per l’una che per l’altra parte: in particolare, per l’opponente, l’omissione dell’invito comporta il rigetto dell’opposizione e, quindi, la conferma del decreto ingiuntivo; per l’opposto, invece, la conferma del decreto ingiuntivo e, quindi, l’obbligo di pagare a pena dell’esecuzione forzata.

Di recente il Tribunale di Vasto [2] ha aderito alla tesi sostenuta dalla Corte di Cassazione e da una parte della giurisprudenza di merito, ritenendo che l’onere di attivazione della procedura di mediazione sia a carico del debitore opponente: in caso di inerzia dello stesso, la conseguenza è l’improcedibilità della opposizione e la definitività del decreto ingiuntivo opposto.

La sentenza si contraddistingue perché, nello sviluppare le argomentazioni già messe in risalto dalla Cassazione, fa rilevare quali effetti positivi potrebbe avere propendere per la tesi prospettata: quella di disincentivare opposizioni pretestuose, anche in funzione in funzione deflattiva di controversie che possono risolversi con un accordo amichevole. Insomma, l’opponente si deve muovere solo se crede di avere effettivamente “ragione” e non certo per allungare i tempi del pagamento o “tentare la sorte”, portando sul banco del giudice prove non sempre certe e valide.

Di segno opposto è la pronuncia del tribunale di Grosseto [3] secondo cui la citazione in opposizione non propone una nuova domanda, ma è volta solo a contestare la richiesta di pagamento del creditore, per cui il processo ha ad oggetto tale pretesa e non la legittimità dell’emanazione del decreto ingiuntivo: con la conseguenza che il soggetto onerato della mediazione resta solo il creditore opposto.

 

[1] Cass. sent. n. 24629/2015.

[2] Trib. Vasto, dott. Fabrizio Pasquale, sent. del 30.05.2016.

[3] Trib. Grosseto, sent. 7.06.2016.

 

 

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Impugnazione cartella contributi INPS: a chi notificare il ricorso PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
venerdì 08 luglio 2016

Nella causa promossa contro la cartella esattoriale per contestare il credito non c’è litisconsorzio necessario tra Equitalia e INPS.

 

In caso di impugnazione della cartella esattoriale è sufficiente notificare il ricorso all’Agente della riscossione, non essendo obbligatoria la chiamata in causa dell’ente creditore, neppure quando si contesta l’esistenza del credito (per esempio per prescrizione o avvenuto pagamento). È quanto ribadito dalla Cassazione in una recente sentenza [1] che, confermando l’indirizzo giurisprudenziale ormai prevalente, ha escluso il litisconsorzio necessario fra Equitalia ed ente titolare del credito (nel caso di specie INPS).

La Corte ha infatti affermato che, in tema di riscossione dei contributi previdenziali mediante iscrizione a ruolo, nel giudizio avente ad oggetto l’accertamento del credito, non è configurabile un litisconsorzio necessario tra l’ente creditore e il concessionario del servizio di riscossione; la chiamata in causa di quest’ultimo ha il valore di una mera litis denuntiatio, volta esclusivamente a portare la pendenza della controversia a conoscenza del soggetto incaricato della riscossione, al fine di estendere anche allo stesso gli effetti del giudicato.

Non diversamente, deve escludersi la configurabilità di un litisconsorzio necessario qualora, il giudizio sia promosso dal concessionario o nei confronti dello stesso, non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la circostanza che la domanda abbia ad oggetto l’esistenza del credito, anziché la regolarità o la validità degli atti esecutivi della riscossione.

L’eventuale difetto del potere di agire o resistere in ordine all’accertamento del credito non determina la necessità di procedere all’integrazione del contraddittorio nei confronti del soggetto effettivamente titolare, ma comporta esclusivamente l’insorgenza di una questione di legittimazione, per la cui soluzione non è indispensabile la partecipazione al giudizio dell’ente creditore.

Equitalia può chiamare in causa l’ente creditore (litisconsorzio facoltativo) e la relativa chiamata costituisce oggetto di una valutazione discrezionale del giudice di primo grado (il quale la autorizza o meno), incensurabile in sede d’impugnazione.

 

[1] Cass. sent. n. 9016 del 5.5.16.

 

 

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Problemi di confine? Ecco come risolverli PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
mercoledì 06 luglio 2016

Se il confine tra fondi è incerto, i proprietari possono chiedere che sia stabilito amichevolmente o giudizialmente. Se i termini mancano o sono diventati irriconoscibili, si può di chiedere che siano ristabiliti a spese comuni.

 

Quando sorgono delle contestazioni tra vicini circa la posizione del confine tra due terreni attigui, il mezzo sicuro e definitivo per risolvere il problema è procedere alla delimitazione delle proprietà. Può accadere, infatti, che vi sia incertezza sul confine tra due proprietà o siano andati perduti i cosiddetti “termini di confine“, cioè quei segni materiali come picchetti, pietre o altro usati per delimitare i due terreni attigui.

Che fare in circostanze del genere? Vi sono due strade: una amichevole, che consiste nel trovare un accordo soddisfacente per entrambi i proprietari confinanti e una giudiziale, che si rende necessaria quando la prima non sia possibile.

Problemi di confine: come accordarsi in via amichevole?

Un primo passo è quello di concordare amichevolmente la determinazione del confine. Si tratta di un atto transattivo che può essere fatto solo dal proprietario del terreno e che richiede, per essere valido, la forma scritta. Necessita, poi, di essere trascritto presso il Registro dei beni immobiliari. Sarà opportuno a tale scopo richiedere l’intervento di un geometra il quale, in presenza delle parti:

·         esamina i titoli di proprietà e le piantine allegate per conoscere con precisione le superfici di ciascun terreno;

·         misura la superficie reale di ciascuna proprietà;

·         determina la linea di confine, “materializzandola” eventualmente con ceppi, picchetti o altro.

Problemi di confine: quando ricorrere alla via giudiziale?

Come anticipato, l’altro strumento che può essere utile allo scopo è quello giudiziale; l’azione può essere proposta [1]:

– solo dal proprietario,

– dal titolare di un diritto di servitù (cioè un diritto reale limitato che consiste nel peso imposto sopra un fondo, denominato servente, per l’utilità di un altro fondo, denominato dominante, appartenente a diverso proprietario: quella più conosciuta e forse più diffusa è la servitù di passaggio coattivo, che si ha quando un fondo è intercluso, ossia è circondato da fondi altrui e non ha uscita sulla via pubblica, non potendo procurarsela senza eccessivo dispendio o disagio; in questo caso il proprietario del fondo intercluso ha diritto di ottenere il passaggio sul fondo vicino ai fini della coltivazione o comunque dell’uso del proprio fondo),

– dall’enfìteuta: l’enfiteusi si caratterizza essenzialmente per il fatto che il proprietario cede ad altri il godimento, e quindi la facoltà di usare, facendo propri i frutti naturali (ad. esempio:  il frumento cresciuto nel campo) e civili (ad esempio: gli interessi su delle somme), di un bene immobile (non esiste enfiteusi per i beni mobili) a fronte del pagamento di un canone e dell’obbligo dell’enfiteuta, ossia del titolare del diritto reale, di migliorare il fondo, che in genere è un fondo agricolo, da destinarsi alla coltivazione, e più raramente un fondo urbano,

– dall’usufruttuario,

– da chi ha il diritto d’uso.

Questi ultimi però dovranno chiamare in causa anche il proprietario, altrimenti la sentenza non avrà alcun valore nei suoi confronti.

L’affittuario, invece, non può in nessun caso proporre l’azione di regolamento dei confini.

Presupposto di tale azione è la contiguità dei fondi: essa è esclusa qualora tra essi esista una via pubblica, un corso d’acqua ma è ammessa in caso di siepi, alberi, muretti, posti sul confine incerto; occorre, inoltre, trovarsi in presenza di una linea di confine incerta, incertezza che può essere oggettiva e soggettiva. È oggettiva quando esiste la promiscuità nel possesso e quindi la mancanza di un limite apparente; è soggettiva quando esiste il confine e l’attore sostiene che quel confine è apparente e quindi non è esatto per essere avvenuta usurpazione ai suoi danni.

Chiamato a decidere della causa è il giudice competente per valore del luogo in cui si trovano i terreni interessati.

Ciascun proprietario ha l’onere di fornire la prova della posizione del confine e può usare a questo scopo ogni mezzo: documenti scritti, testimonianze, ecc… Solo quando non vi siano altri elementi, il giudice può ricorrere alle mappe catastali o disporre la perizia di un geometra, il quale alla fine farà una relazione scritta.

Problemi di confine: cosa fare se mancano i termini tra fondi?

Se i termini tra fondi contigui mancano o sono diventati irriconoscibili, ciascuno dei proprietari ha diritto di chiedere che essi siano apposti o ristabiliti a spese comuni [2].

A differenza dell’ipotesi precedente, il caso oggetto di esame presuppone l’esistenza di un confine certo ed incontestato in quanto tende soltanto a rendere visibile e riconoscibile il tracciato mediante l’apposizione di segni esteriori che servono ad individuarlo materialmente.

Tale azione può comunque contenere anche quella di regolamento di confini se, nel corso del procedimento, dovesse nascere contestazione sul tracciato.

Le spese per l’apposizione dei termini si dividono a quote  uguali tra i confinanti a prescindere dalla estensione dei fondi.

 

[1] Art. 950 cod. civ.

[2] Art. 951 cod. civ.

 

 

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Dichiarazione congiunta: il coniuge paga i debiti dell’altro PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
mercoledì 06 luglio 2016

Anche se c’è stata separazione tra marito e moglie, Equitalia può notificare la cartella esattoriale solo a uno dei due: l’altro resta ugualmente obbligato a pagare.

 

Occhio a chi ha fatto, in passato, la dichiarazione dei redditi congiunta: infatti, anche se la coppia si separa, il coniuge non debitore può essere tenuto a pagare i debiti dell’altro che abbia ricevuto una cartella di Equitalia. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1]. Secondo i giudici, infatti, in caso di dichiarazione dei redditi presentata dai coniugi in forma congiunta il non dichiarante è tenuto a pagare imposte ed eventuali sanzioni anche se si è legalmente separato dall’altro

In buona sostanza, se è vero che la regola generale vuole che la cartella esattoriale sia notificata sia al debitore che ai coobbligati in solido, questa regola però non vale nel caso in cui marito e moglie abbiano optato, in passato, per la dichiarazione dei redditi congiunta: in questo caso si verifica una sorta di “solidarietà” nel debito, con la conseguenza che il fisco può chiedere il pagamento indifferentemente all’uno o all’altro, senza peraltro bisogno di notificare a entrambi la medesima cartella di pagamento.

Ma attenzione: questa regola vale anche se la coppia è separata. Facciamo un esempio per comprendere in quale “pasticcio” potrebbe trovarsi l’ex coniuge che, ormai andato a vivere da un’altra parte, si trovi a dover rispondere nei confronti di Equitalia per debiti dell’altro. Se quest’ultimo, infatti, ha ricevuto la cartella, l’Agente per la riscossione non è obbligato a notificarla anche all’altro coniuge ormai separato. Con la conseguenza che chi non ha materialmente ricevuto l’atto di Equitalia, oltre a non avere la possibilità di opporsi alla richiesta di pagamento, potrebbe anche vedersi piombare, dall’oggi al domani, un pignoramento.

La questione può sembrare davvero iniqua e in violazione del diritto di ogni contribuente a potersi difendere, eppure la Suprema Corte non ha dubbi: la facoltà di far valere il difetto di notifica della cartella di pagamento, per chi subisce un pignoramento, come vizio del procedimento, non vale nel caso di dichiarazione dei redditi congiunta atteso che la legge [2] stabiliva, in tale caso, che l’amministrazione notifichi solo a uno dei due l’avviso di accertamento (o la cartella di pagamento), ferma rimanendo la responsabilità solidale dell’altro per le imposte e gli accessori iscritti a ruolo a nome dell’ex.

 

[1] Cass. sent. n. 13733/2016 del 6.07.2016.

[2] Art. 17 della legge n. 114/1977

 

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