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Fondo patrimoniale: a cosa serve? PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
venerdì 01 luglio 2016

Il fondo patrimoniale è sempre più utilizzato per tutelare i beni dai creditori a favore dei bisogni della propria famiglia. Vediamo quando conviene, come funziona e quanto costa.

Il fondo patrimoniale è un vincolo costituito con atto notarile su beni immobili, titoli di credito (azioni di una società per azioni, obbligazioni, titoli di stato), beni mobili registrati (veicoli, imbarcazioni, aerei). Sono esclusi il denaro contante, le polizze vita, i crediti, le gestioni patrimoniali. La finalità è quella di destinare i beni che ne fanno parte e i redditi da essi prodotti ai bisogni della famiglia, avendo riguardo all’indirizzo della vita familiare, alle condizioni economiche e al ceto sociale a cui i coniugi appartengono: il fondo , infatti, non può essere soggetto a pignoramento da parte dei creditori se i loro crediti sono sorti dopo la sua costituzione e se riguardano scopi estranei alle necessità del nucleo familiare.

Fondo patrimoniale: chi può costituirlo?

Il fondo patrimoniale può essere costituito da uno o entrambi i coniugi (le coppie di fatto sono escluse) oppure da un terzo per testamento (per esempio il genitore), o da un terzo (anche uno dei fidanzati) in vista di un futuro matrimonio. In tal caso la costituzione sarà efficace solo se le nozze vengono poi effettivamente celebrate.

Fondo patrimoniale: i beni restano vincolati sempre e comunque?

Per i crediti generati prima della costituzione del fondo patrimoniale, i creditori potranno rivalersi sui beni del fondo patrimoniale solo se riescono a fornire la prova che quest’ultimo sia stato creato con la finalità di mettere al riparo i beni dai creditori. In tal caso, l’azione revocatoria del fondo deve essere incardinata entro cinque anni dalla data di costituzione del fondo patrimoniale.

Se la revocatoria viene vinta dal creditore, il debitore (specie se si tratta di debiti fiscali o nei confronti dello Stato) può essere passibile di sanzioni penali.

Nel caso in cui uno dei beni costituenti il fondo patrimoniale sia gravato da ipoteca, essa sopravvive. Ecco perché è consigliabile inserire nel fondo solo quegli immobili la cui ipoteca sia in fase di estinzione.

Fondo patrimoniale: ci sono casi in cui i beni sfuggono all’esecuzione?

Una precisazione è d’obbligo: come in parte anticipato, il pignoramento dei beni facenti parte del fondo è possibile solo nel caso in cui il creditore agisca per soddisfare crediti derivanti dal mancato pagamento di debiti contratti per esigenze familiari. In altre parole, i beni conferiti al fondo sfuggono all’esecuzione se i debiti contratti dal coniuge, da cui derivino le pretese creditorie, siano sorti per motivi voluttuari o speculativi. Per esempio, si riterranno contratti per esigenze familiari sia i debiti tributari per esercizio di attività imprenditoriale tesa a potenziare la capacità lavorativa di uno dei conferenti o per attività d’impresa sia gli oneri condominiali per un bene conferito al fondo.

Per i crediti derivanti da fatto illecito, invece, vale la regola secondo cui è sempre possibile agire in via esecutiva

Fondo patrimoniale: chi amministra i beni che ne fanno parte?

Per quel che riguarda l’amministrazione dei beni facenti parte del fondo, si applicano le norme previste per la comunione legale (cioè il regime patrimoniale ordinario della famiglia, adottabile solo se non sia diversamente stabilito): pertanto, l’amministrazione ordinaria spetta ai coniugi disgiuntamente e quella straordinaria ai coniugi congiuntamente, indipendentemente dal fatto che siano titolari dei beni stessi.

Fondo patrimoniale: si possono vendere i beni che ne fanno parte?

I beni si possono vendere, ipotecare, dare in pegno o comunque vincolare solo con il consenso di entrambi i coniugi, anche se il proprietario è uno solo di essi.

Se vi sono figli minori si possono vendere, ipotecare, dare in pegno o comunque vincolare solo con l’autorizzazione concessa dal giudice nei casi di necessità o utilità evidente, se nell’atto costitutivo non è stato previsto che si possa disporre liberamente dei beni senza bisogno dell’autorizzazione del tribunale, anche in presenza di figli minori.

Fondo patrimoniale: si può estinguere?

Se non diversamente previsto nell’atto costitutivo del fondo, esso si estingue in caso di annullamento del matrimonio, morte di uno o entrambi i coniugi, divorzio. Se vi sono figli minori, il fondo dura fino al raggiungimento della loro maggiore età.

Nel caso della morte di uno dei coniugi, se nel fondo patrimoniale vi erano dei beni di proprietà del defunto, essi vengono trasmessi agli eredi; se, però, vi sono figli minori, il fondo continua fino al compimento della maggiore età dell’ultimo figlio. Il giudice ha in questo caso il potere di svincolare i beni del fondo, per cui i figli che li abbiano ereditati non solo ne saranno titolari, ma potranno anche goderne liberamente.

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Addio Equitalia Sud, Nord e Centro, arriva Equitalia Servizi PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
venerdì 01 luglio 2016

Cosa cambia in Equitalia dopo la fusione delle tre società del gruppo: modificati anche gli indirizzi email.

 

Da oggi non esistono più Equitalia Sud, Nord e Centro: dalla loro fusione nasce un nuovo soggetto che si chiama Equitalia Servizi per la Riscossione Spa. È con questa nuova e unica sigla che gli italiani dovranno da oggi confrontarsi per quanto riguarda le notifiche delle cartelle di pagamento, la riscossione e i relativi pagamenti delle somme iscritte a ruolo, le richieste di rateazione o di accesso agli atti amministrativi, le domande per gli estratti di ruolo o per quant’altro riguarda il recupero dei crediti dello Stato e degli enti locali (salvo per la Sicilia).

Equitalia Servizi di Riscossione Spa sostituisce quindi i tre agenti precedentemente attivi sul territorio. A ricordarlo è stata la stessa società, con un comunicato stampa diramato ieri (leggi “Equitalia: arriva la cartella amica”). Lo scopo è quello di migliorare l’efficacia dell’attività e di potenziare la relazione con i contribuenti, attraverso procedure più uniformi, semplificazione degli adempimenti e strutture locali appositamente dedicate all’assistenza e ai servizi per cittadini e imprese.

Cosa cambia con Equitalia Servizi per la Riscossione Spa?

Innanzitutto a cambiare saranno le cartelle di pagamento, almeno per quanto riguarda il nome del mittente che non sarà più Equitalia Nord, Sud o Centro, ma appunto Equitalia Servizi per la Riscossione Spa. Il che è bene che sia chiarito in anticipo, posta la delicatezza del periodo che vede i contribuenti esposti al continui pericolo di truffe e tentativi di frodi anche informatiche da parte di criminali che sfruttano spesso il nome di amministrazioni per carpire l’altrui buona fede e ottenere pagamenti indebiti.

Cambia quindi anche la modulistica, carta intestata e firme nelle e-mail. Gli eventuali documenti recanti le vecchie diciture potranno essere utilizzati apponendo, accanto al nome dell’estinto agente di riscossione, il timbro con la nuova denominazione.

Vanno aggiornati anche gli indirizzi email;

la posta elettronica dei dipendenti avrà ora un diverso nome del dominio: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo .

Muta anche la casella di posta elettronica certificata del gruppo (PEC), indicato nel Registro imprese, sarà invece Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo . Segnate bene questo indirizzo perché da oggi sarà l’unico per le comunicazioni ufficiali. Anche quest’ultimo è un elemento importante da tenere in considerazione per evitare il rischio di chi, per timore di frodi informatiche, non apra la PEC quando invece, al suo interno, vi è una notifica di una cartella di pagamento.

Nulla cambia per i messi notificatori interni, le cui nomine restano valide (la fusione determina una successione a titolo universale della incorporante dei rapporti giuridici dell’incorporata).

Quanto alle deleghe e procure rilasciate dai vecchi agenti della riscossione saranno revocate a ogni effetto, per essere sostituite da nuovi atti in via di conferimento (anche per quanto riguarda la gestione dei conti correnti bancari). Tutto il personale, ai vari livelli di responsabilità, potrà comunque rilasciare quietanza ai contribuenti per le somme incassate.

 

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Donazione di immobile revocata se il figlio non assiste il genitore PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
giovedì 30 giugno 2016

La nuda proprietà della casa donata torna al padre usufruttuario se il figlio non gli presta assistenza.

La donazione con cui il genitore trasferisce al figlio la nuda proprietà di un immobile (conservando per sé l’usufrutto) può essere subordinata alla condizione che il donatario si prenda cura, vita natural durante, del donante. In tal caso si parla della cosiddetta donazione modale [1], con la conseguenza che, se il beneficiario della donazione non adempie al proprio obbligo di prestare l’assistenza richiesta, si può vedere revocato il trasferimento della nuda proprietà. È quanto chiarito dal Tribunale di Cagliari in una recente sentenza [2].

Il codice civile stabilisce che la donazione può essere gravata da un “onere” come, appunto, una prestazione vitalizia di assistenza in favore del donante. Il donatario, al pari di qualsiasi controparte contrattuale, è tenuto a rispettare tale obbligo, adempiendo l’onere, tuttavia entro i limiti del valore della cosa donata; ad esempio, al donatario non possono essere chiesti sforzi economici superiori al prezzo di mercato del bene donato. Oltre tale limite, infatti, egli può esimersi dal rispettare l’onere.

In caso di inadempimento a tale obbligo da parte del donatario, il donante – o, in caso di successivo decesso, i suoi eredi – può chiedere la risoluzione della donazione per inadempimento, il che significa, da un punto di vista pratico, che il bene donato ritorna al precedente proprietario.

La donazione della nuda proprietà

La donazione modale si è diffusa soprattutto tra genitori e figli per evitare le scartoffie sulla successione e iniziare a disporre dei beni di famiglia tra i vari eredi già prima del decesso del proprietario. Proprio perché la donazione viene effettuata in età avanzata, il genitore vuol garantirsi due utilità:

·         la possibilità di continuare a vivere nell’immobile donato: a tal fine, egli regala solo la “nuda proprietà” della casa, riservandosi però il diritto di usufrutto, ossia di poter continuare ad abitare nell’immobile;

·         la possibilità che il beneficiario della donazione si prenda cura di lui nei momenti di difficoltà fisica: a tal fine, il donante sottopone la donazione alla condizione che il donatario gli presti un’assistenza fino al termine dei suoi giorni. Si realizza così la cosiddetta donazione modale.

La donazione modale

Trasferire la nuda proprietà dell’immobile in cambio di una prestazione vitalizia di assistenza costituisce una donazione gravata da onere modale, onere tuttavia che non costituisce un corrispettivo tale da trasformare la donazione in una vendita e non snatura la gratuità del gesto. Tuttavia se il donatario non si prende effettivamente cura del donante, la donazione può essere “cancellata” per inadempimento.

Per stabilire se si tratti o meno di donazione modale è bene leggere con attenzione l’atto di donazione siglato davanti al notaio. È in esso che deve risultare, in modo chiaro, l’onere per il donatario. Non si può considerare quindi una semplice “clausola di stile”, dal valore formale e non sostanziale, l’impegno del donatario a prendersi cura del donante in cambio della donazione: si tratta, al contrario, di un vero e proprio obbligo.

Tuttavia, è bene chiarire che il passaggio della proprietà si verifica immediatamente, alla stipula dell’atto di donazione e non subordinatamente a una successiva verifica dell’adempimento della prestazione del donatario. Piuttosto, in caso di inadempimento, il donante o i suoi eredi possono agire per ottenere la restituzione dell’immobile.

Nel caso di specie, il Tribunale ha risolto per inadempimento, in favore dell’anziano genitore, una donazione con riserva di usufrutto: in essa si stabiliva il trasferimento gratuito della nuda proprietà dell’immobile al donatario in cambio, da parte di quest’ultimo, di una prestazione vitalizia di assistenza in favore del donante. Per il giudice, lo spirito di liberalità è perfettamente compatibile con l’imposizione di un peso al beneficiato “purché esso, non assumendo il carattere di corrispettivo, costituisca una modalità del beneficio senza snaturare l’essenza di liberalità della donazione”. E dunque, la prestazione imposta al beneficiario di prestare assistenza al donante, in quanto finalizzata “al perseguimento di ulteriori fini di natura non patrimoniale”, non trasforma la donazione in una comune vendita.

Spetta comunque al donante o ai suoi eredi, che vogliano far sciogliere il trasferimento della proprietà, dimostrare l’inadempimento da parte del donatario.

 

 

[1] Art. 793 cod. civ.

[2] Trib. Cagliari sent. n. 1321/16 del 27.04.2016.

 

 

 

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Mediazione: non obbligatoria nei confronti del terzo chiamato in causa PDF Stampa E-mail
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giovedì 30 giugno 2016

Il convenuto che chiama in causa il terzo non deve esperire la mediazione obbligatoria: ne è gravato solo l’attore nei confronti del convenuto.

Il tentativo obbligatorio di mediazione, previsto per alcune controversie a pena di improcedibilità, si applica soltanto alle domande giudiziali poste dall’attore nei confronti del convenuto e non anche a quelle poste nei confronti di soggetti terzi intervenuti solo in un secondo momento nella causa (per effetto per esempio della chiamata in causa da parte del convenuto).

Dunque, se Tizio agisce contro Caio, per esempio con riguardo ad una lite condominiale, deve prima esperire obbligatoriamente il tentativo di mediazione. Se Caio, però, chiama in causa Sempronio, perché ritiene che sia quest’ultimo il responsabile dei fatti di lite, non dovrà a sua volta esperire la mediazione obbligatoria.

La mediazione non si estende a soggetti diversi dai “litiganti originari, limitandosi a riguardare la sola domanda introduttiva del giudizio.

È quanto affermato da una recente ordinanza del Tribunale di Mantova [1], in linea con l’interpretazione giurisprudenziale ormai prevalente.

Secondo i giudici la mediazione deve essere esperita unicamente in relazione alle domande proposte dall’attore nei confronti del convenuto ma non con riguardo alle domande proposte da quest’ultimo nei confronti di terzi in quanto:

a) una diversa soluzione comporterebbe un notevole allungamento dei tempi di definizione del processo, in contrasto con il principio di ragionevole durata dello stesso;

b) le disposizioni che prevedono condizioni di procedibilità, costituendo deroga al diritto di azione, sono di stretta interpretazione e non possono quindi divenire oggetto di interpretazione estensiva e analogica;

c) la legge [2] menziona solo il convenuto quale soggetto legittimato a dedurre il difetto del previo esperimento del tentativo di conciliazione e non anche soggetti terzi. Per convenuto deve intendersi solo colui che riceve la chiamata in causa dell’attore e non anche il “terzo” chiamato.

 

 

[1] Trib. di Mantova, ord. Del 14.06.2016.

[2] Art. 5 D.Lgs. 28/2010.

 

 

 

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Fallimento: lo eviti trasferendo la sede? PDF Stampa E-mail
Consulenza Legale
giovedì 30 giugno 2016

Fallimento: lo eviti trasferendo la sede?

Trasferirsi all’estero è utile ad evitare un fallimento? Ecco quanto stabilito dalla Corte UE.

 

Se resta in Italia il centro principale degli interessi della società, il trasferimento della sede all’estero non è sufficiente a garantire all’imprenditore lo stop alla procedura di fallimento.

A chiarirlo è stata la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con l’ordinanza dello scorso 24 maggio [1]. 

Il quesito pregiudiziale era stato sollevato dalla Corte di Appello di Bari che nel richiamare il regolamento relativo alle procedure di insolvenza[2] ha richiesto alla Corte UE un’interpretazione che fosse in grado di dirimere la questione presentata da un’azienda del territorio.

Vediamo di cosa si tratta.

 

 

Il fallimento non si stoppa con il trasferimento all’estero: il caso di specie. 

Alcune società creditrici avevano fatto istanza di fallimento nei confronti di un’azienda la cui sede legale era stabilita a Modugno (BA).

L’azienda tuttavia pochi giorni prima aveva cambiato l’amministratore con un dirigente bulgaro e si era iscritta al Registro delle imprese della Bulgaria. Aveva dunque richiesto istanza di sospensione del fallimento.

Il tribunale di primo grado aveva respinto l’istanza ritenendo il trasferimento fittizio; la corte di Appello aveva invece sollevato questione pregiudiziale sull’articolo 3 del regolamento UE di riferimento [2], nonostante nel frattempo la Corte di Cassazione si fosse pronunciata confermando la sentenza dei giudici italiani.

 

 

Fallimento e trasferimento della sede all’estero: la decisione della Corte UE

La Corte UE, nel valutare la questione, ha colto l’occasione per riaffermare il principio della premazia del diritto comunitario, specificando come, anche se in base al diritto interno la decisione della Cassazione sulla giurisdizione è definitiva e vincolante per il giudice di merito [3], quest’ultimo può rivolgersi alla Corte Ue se ha dubbi sull’interpretazione del diritto dell’Unione.

Secondo la Corte UE non risultava dunque rilevante il contenuto della norma nazionale:  il giudice nazionale, chiamato a interpretare il diritto Ue, qualora ritenesse che la valutazione del giudice superiore può condurlo “ad emettere un giudizio contrario al diritto dell’Unione” ha il diritto (dovere) di sottoporre questioni pregiudiziali a Lussemburgo.

Nel merito della questione interpretativa, i giudici UE hanno sottolineato che il centro degli interessi principali di una società ha luogo della nuova sede statutaria, ma solo sino a prova contraria.

Se cioè si accerta che il centro di interesse principale della società è in un luogo differente allora ciò di cui bisogna tener conto nel giudizio è la sostanza dell’operatività aziendale.

Nel definire il centro di interessi la Corte ha stabilità che esso è determinabile sulla base di “elementi oggettivi e riconoscibili da terzi”. Nella valutazione bisogna dunque tener conto di elementi quali i luoghi in cui la società esercita l’attività economica, il luogo in cui detiene i beni, l’esistenza di contratti sulla gestione finanziaria gestiti in uno stato membro differente da quello in cui la società ha sede.

 

 

Operatività dell’azienda: conta la sostanza non la forma

In definitiva per determinare l’effettiva operatività dell’azienda si deve tener conto dell’effettivo centro di interessi e non della forma espressa dai documenti statutari. Per questo motivo la decisione del giudice nazionale è da ritenersi corretta, il fallimento dunque non può essere interrotto per il mero cambiamento della sede societaria.

[1] Corte di Giustizia UE, causa C-353/15.

[2] Reg. UE n. 1346/2000, poi sostituito dal Reg. n. 2015/848.

[3] Cod. proc. civ. art. 382.

Note immagine: 123rf.com

 


 
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